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31.07.2010 08:33:11

Appunti di storia della Cooperazione di Credito

APPUNTI DI STORIA DELLA COOPERAZIONE DI CREDITO

1- Quando oggi parliamo di cooperazione usiamo i termini di «movimento» cooperativo, di «sistema» cooperativo, di «progetto» cooperativo, come ama definirlo Henry Desroche, uno dei più illustri teorici della cooperazione, oppure di «utopia» cooperativa secondo l'espressione di chi colloca il fenomeno tra i tanti sogni irrealizzabili della organizzazione sociale.
Personalmente preferiremmo attenerci al termine «movimento» perché la «cooperazione» sta ancora proseguendo nel suo cammino di inserimento, occupando spazi sempre maggiori, tra i sistemi capitalista, neocapitalista e quello collettivista ormai in netto declino.
Se diverrà, in questo suo cammino, la «terza via» o se raggiungerà lo stadio della «repubblica cooperativa», come vagheggiava il filosofo Gide, resta ancora da vedere.
Per quanto riguarda più in particolare le Casse Rurali ed Artigiane il termine di «movimento» è andato via via modificandosi con quello di «gruppo» per chiarire meglio l'assetto operativo e dare significato al concetto di «impresa» accanto a quello dei valori etici.
2- Saremmo tentati di ricercare una qualche ragione misteriosa e poetica alla nascita della cooperazione. Ma purtroppo la sua nascita non fu né grande né poetica: nacque invece dalla miseria e dal bisogno umano, nacque come atto di difesa delle classi più povere e disagiate, nacque da quel proletariato oppresso e senza speranze che la società umana produsse come tributo alla trasformazione della società agricola in quella industriale.
E' in Inghilterra che troviamo i primi esempi di una forma di autodifesa o di mutuo aiuto che verrà poi definita con il termine di «cooperazione».
La storia ci ricorda i primi modesti tentativi dei lavoratori dei cantieri marittimi di Woolwich e Chatham per la gestione in comune di un mulino per la macinazione del grano (anno 1760) e dei tessitori di Fenwich per l'acquisto in comune di macchinari (1761) e pochi anni dopo (1769) per l'acquisto collettivo di derrate alimentari.
Non sono certo questi i primi esempi di collaborazione umana, ma prendiamo le mosse da questi esempi perché è in questo'periodo che trova le sue radici quella prima forma di socialismo utopistico che influenzò largamente la nascita del movimento cooperativo.
Né è possibile individuare con chiarezza la matrice ideologica della cooperazione: prima della ideologia era in fondo già comparsa la cooperazione stessa.
E' con Robert Owen che troviamo, accanto ad alcune esperienze pratiche, una prima elaborazione teorica.
Siamo agli inizi del 1800 quando Owen, proseguendo l'opera del suocero Dale e preoccupandosi per lo stato di miseria degli operai delle sue fabbriche tessili, tenta il primo esperimento di conciliare lo sfruttamento del proletariato con forme di assistenza che gli operai stessi si autogestivano in forme associate. Owen realizza l'esperimento della «New Lanark Mill Comunity» ristornando parte degli utili delle sue tessiture a favore della comunità per una gestione comune di alcuni servizi (scuole, mense, lavanderie, ecc.).
Non siamo però ancora alla forma cooperativa; la produzione era gestita secondo i più ortodossi principi capitalistici, anche se in modo più umano.
La visione utopistica sociale di Owen troverà poi il suo compimento e il suo fallimento nella fondazione di «New Harmony», nell'Indiana, dove tentò di costruire una comunità non affetta da genesi acquisitiva e non contaminata dal capitalismo.
Erano comunque queste le prime oscure radici della cooperazione che porteranno dopo pochi decenni alla nascita della forma cooperativa.
Dobbiamo qui ricordare il Dott. William King, animatore di una prima sia pur vaga forma cooperativa attraverso il suo giornale «II Cooperatore», termine che servirà poi a definire il nostro movimento e che un esiliato francese, il giudice Joseph Rey di Grenoble importerà poi nel continente. Le parole «cooperazione» e «cooperative» verranno da allora usate per indicare un certo tipo di società che, staccandosi dalle radici del pensiero utopistico, divengono le prime esperienze pilota del movimento cooperativo.
La prima vera esperienza la troviamo ancora in Inghilterra, a Rochdale, dove nel 1844 per opera di 29 soci nasce la prima cooperativa di consumo, la «Rochdale Society of Equitable Pioneers». L'esperimento di questi «probi pionieri» fu in sé cosa modesta e di breve durata. Ma assume rilevante importanza per la storia del movimento cooperativo perché dettò alcuni principi destinati a influenzare profondamente il movimento cooperativo.
La società era aperta a tutti ed aveva un controllo democratico: un solo voto per ogni socio; aveva a base la neutralità politica e religiosa, destinava un dividendo limitato sul capitale (5%) in quanto aveva il solo compito di fornire un servizio e si prefiggeva, accanto alla gestione di un servizio, quello della educazione cooperativa.
In questo stesso periodo anche in Francia si tentaro Socialismo utopistico e prime no diversi esperimenti sociali che possiamo collocare ne forme cooperative in Francia gli schemi del socialismo utopistico e delle prime forme cooperative.
Ricorderò quelli di Frances Bouchez che promosse, tra il 1830 e il 1840, forme di associazioni cooperative tra mobilieri e orafi. Furono i primi esempi di cooperative di lavoro o di consorzi.
Louis Blanc, nel 1848, per alleviare la grave disoccupazione derivante dalla profonda crisi economica dell'epoca che anche allora colpiva in modo particolare i giovani, sollecitava al governo una legge per la creazione di laboratori, su base nazionale, da gestirsi in forma cooperativa. Anche oggi, in questo campo, non stiamo scoprendo nulla di nuovo.
Nasce, sempre in questo travagliato periodo, l'idea di una «Banca del Popolo». Fu Pierre Joseph Proudhom. che nel 1848 ne propose l'istituzione. Oggi ricordiamo il Proudhom per una frase diventata celebre, quella che Aa proprietà è un furto», ma non come il pioniere di una prima «banca» popolare che, se sul piano pratico fu un completo fallimento, introdusse però alcuni principi destinati ad influenzare il futuro credito popolare.
Un breve cenno va fatto anche a Charles Gide, fondatore di quella che è ricordata come la «Scuola di Nimes» che ha segnato una tappa fondamentale nella storia della dottrina cooperativa.
Gide, che conosceva la cooperazione soprattutto attraverso le idee di Saint Simon e Fourier, vagheggiò addirittura una «repubblica cooperativa» in cui il sistema doveva coinvolgere tutta la vita economica dando vita ad un regime economico, dalla produzione al consumo, in cui il profitto doveva essere totalmente bandito.
Erano costruzioni utopistiche che apparentemente non portarono allora a risultati sul piano pratico. Ma vogliamo ricordare, a questo riguardo, parafrasando il pensiero di Andrè Gide, romanziere e pronipote del filosofo e sociologo di Nimes, che spesso l'utopia è la «porta stretta» attraverso la quale si giunge alla realtà.
Prima di parlare di questa «realtà» desideriamo ricordare altri precursori per dare un quadro, ovviamente del tutto sommario, del periodo di gestazione del nostro sistema.
Anche in Belgio, Frangois Haeck, tenta contemporaneamente a Proudhom (1848) un primo esperimento di una banca tra il popolo, a base cooperativa, senza però alcun risultato. Da lui derivò il termine di «credit union», oggi utilizzato per definire il sistema di credito cooperativo diffuso particolarmente negli Stati Uniti.
Haime Huber, ardente luterano, tentò di creare una nuova comunità fondata sulle riforme economiche che dovevano avere però come base esclusiva lo spirito di amore cristiano. Aveva pubblicato le «lezioni sulla soluzione dei problemi sociali» tra le quali ricordiamo «Cosa può fare una associazione per i prestiti» e «Unioni di Credito e Unioni per i prestiti».
Le sue motivazioni, più che economiche, erano esclusivamente etiche e religiose: gli uomini dovevano lavorare per il bene comune e non per se stessi. Non credeva però alla possibilità che le azioni caritatevoli e filantropiche potessero risolvere i problemi sociali: credeva nel movimento cooperativo che doveva realizzarsi attraverso il sistema dell'auto aiuto. Huber non si occupò mai di realizzazioni pratiche. I suoi scritti ebbero però larga influenza in Germania.
Ed è proprio in Germania che il movimento cooperativo esce dalla fase utopistica per fare i primi passi nel campo pratico.
Inizia verso il 1850 l'opera dei due maggiori pionieri del movimento cooperativo di credito: Herman SchulzeDelitzsch e Federico Guglielmo Raiffeisen.
Lasceremo qui ora la breve storia che abbiamo tracciato del più vasto mondo della cooperazione per trattare, ovviamente in forma sommaria, dei lineamenti storici del sistema dei credito cooperativo.
3 - Il quadro economico e sociale in cui inizia l'opera dello Schultze e di Raiffeisen è quello di profonda crisi del periodo attorno al 1848. L'ambiente sociale è diverso, sia pure coinvolto dalla stessa crisi di profonda depressione economica: è quello urbano per lo Schulze e quello della campagna per il Raiffeisen. Entrambi occupavano cariche pubbliche, deputato all'Assemblea Nazionale prussiana il primo, e borgomastro prima a Weyerbusch, poi a Flammersfeld e a Heddelsdorf il secondo. Erano quindi a diretto contatto con le tristi condizioni economiche del popolo, in posizioni di diretta responsabilità.
Le condizioni della popolazione, già precarie, erano state ulteriormente aggravate dai cattivi raccolti agricoli delle annate 1846/47.
Il primo tentativo di Schulze nel campo sociale fu rivolto a combattere la fame: l'affitto di un mulino e di un forno con acquisto in comune del grano. Poiché viveva in un ambiente urbano cominciò anche ad interessarsi delle sorti dei piccoli imprenditori, costituendo una prima società cooperativa tra gli artigiani per l'assicurazione contro le malattie e la morte, a cui fece seguito una cooperativa di acquisto di materie prime tra calzolai.
Questi primi esperimenti e le difficoltà incontrate lo convinsero presto della necessità e della importanza della ricerca delle fonti di credito. Nel 1850 fonda quindi una prima cooperativa di risparmio e di prestito, adottando la formula della responsabilità limitata e raccogliendo i fondi da elargizioni, da prestiti di promotori senza interessi e solo in parte da versamenti dei soci. Tale formula risultò errata, anche per la presenza tra i promotori di persone facoltose, mosse sì da impulsi caritativi ma poco disposte ad arrischiare il loro denaro di fronte alle difficoltà. L'insuccesso della prima iniziativa lo indusse a modificare la formula adottando quella della responsabilità illimitata e dei maggior impegno diretto dei soci. Una seconda cooperativa fondata a Eilenburg ebbe quindi maggior successo: i mezzi venivano forniti dai soci, mediante il versamento di un piccolo capitale, con quote rateali, dai risparmi dei soci e ricorrendo, per la parte mancante, a prestiti contratti con altre istituzioni finanziarie sulla base della responsabilità solidale dei soci.
Il credito non veniva fatto al consumo, ma solo alla produzione. I prestiti erano basati sulla persona, sulla sua capacità ed onestà, e non su garanzie collaterali. Erano in genere avallati da altri due soci e avevano una durata di tre mesi. Un altro principio adottato dallo Schulze era che la società doveva essere aperta a tutti quelli che avevano bisogno di credito, senza riguardo alla professione o alla classe sociale. Adottò il principio del voto unico per ogni socio, ponendo alla base, come autorità suprema, l'assemblea dei soci che eleggeva annualmente un consiglio di amministrazione formato dal presidente, dal tesoriere, dal segretario e da nove consiglieri. Più tardi introdusse negli organi sociali il «comitato esecutivo» eletto tra il consiglio, al quale rimasero i poteri di controllo e di supervisione mentre il «comitato» si occupava della reale conduzione della società.
Nascevano così quelle cooperative di credito che presero poi il nome di «Banche Popolari».
Nella sua attività Schulze era mosso solo da principi economici.
Non ebbe programmi di elevazione morale né tantomeno intendeva interferire nella condotta etica e morale dei soci. Solo una sana economia doveva presiedere alla vita della società. Era un protestante che aveva inteso in senso pratico la «parabola dei talenti». Ai soci insegnava che in fondo, per vincere il capitalismo, il proletario doveva risparmiare, lavorare e convertire quindi se stesso in un capitalista. Vedremo più avanti la grande differenza dello spirito, delle opere e delle iniziative del Raiffeisen.
Dopo i primi successi delle sue associazioni di credito, lo Schulze nel 1853 iniziò una vasta opera di propaganda, girando di città in città per fondare piccole «banche popolari». Ebbe vasta fortuna in questa sua opera: già nel 1859 si contavano 183 banche, con 18.000 soci in Pomerania e in Sassonia. Si dedicò successivamente a migliorarne l'organizzazione, istituendo un primo ufficio centrale, a seguito del primo congresso (1859), che si trasformò presto in una organizzazione permanente. Schulze insisteva però sul fatto che malgrado l'evoluzione della organizzazione centrale ciascuna banca cooperativa doveva essere autonoma nelle sue funzioni.
Mentre Schulze diffondeva la sua opera negli ambienti urbani, Raiffeisen aveva iniziato ad operare nelle campagne. Anch'egli cominciò, per combattere la fame, con una prima cooperativa per l'approvvigionamento di pane e patate e con un forno di proprietà dei soci. Diede quindi vita ad altre forme di associazione che non avevano però ancora assunto la vera forma cooperativa, ma erano in larga parte sostenute dallo spirito caritativo dei promotori. Questo però non soddisfaceva lo spirito profondamente cristiano del Raiffeisen. Egli desiderava che i lavoratori si elevassero, sia dal punto di vista economico che morale, indipendentemente da ogni forma di patronato delle classi più ricche, che divenissero loro stessi gli artefici del miglioramento delle condizioni di vita. Continuò quindi a modificare la società che aveva fondato ad Heddelsdorf , come fondazione caritativa (1854) finché, basandosi sul modello già sperimentato dallo Schulze, diede alla società uno statuto (1869) che trasformava la società in una vera e propria cooperativa di credito.
Pur avendo adottato il modello Schulze, lo spirito che animava tali cooperative di credito che, come sappiamo, presero poi in Italia e in altre parti d'Europa il nome di Casse Rurali, era profondamente diverso. Al di sopra delle ragioni economiche Raiffeisen insisteva sulle motivazioni etiche cristiane: quello che importava era il compimento di un dovere. Per meglio comprendere le motivazioni delle cooperative di credito create dal Raiffeisen ricorderemo un passaggio del discorso da lui pronunciato nel 1887 al Congresso di Dusseldorf, pochi mesi prima di morire: « ... Ma per bene intendere la missione delle Casse dobbiamo porre gli occhi al nostro fine e più in là ancora, alla eternità. Noi sappiamo pure che la nostra vita quaggiù altro non è se non una preparazione a quel conto supremo che dovremo rendere un giorno dell'uso che abbiamo fatto di tutti i nostri beni spirituali e materiali. Dacché esistono le nostre Casse predichiamo insistentemente che il loro fondamento è il dovere cristiano ... ».
Era questa, certo, una ben diversa interpretazione della «parabola dei talenti».
Abbiamo insistito sulle differenze, sul piano morale, dei concetti circa la gestione del credito cooperativo tra Schulze e Raiffeisen perché questo può fornire una delle ragioni, e non certo la minore, delle differenze che ancora oggi riscontriamo, sia pure in forma meno evidente, tra il modo di operare delle Banche Popolari e quello delle Casse Rurali.
Anche le Casse di tipo Raiffeisen avevano adottato il principio della società aperta, dei voto unico per ogni socio, la responsabilità illimitata, la limitazione territoriale, in genere ristretta alla parrocchia.
Gli organi sociali erano, come del resto lo sono ancora oggi, l'Assemblea dei Soci, il Consiglio di Amministrazione e il Collegio Sindacale; tutti prestavano la loro opera a titolo volontario e senza remunerazione. Solo il segretario cassiere che lavorava a tempo pieno riceveva un compenso.
Le cooperative di credito Raiffeisen crebbero prima lentamente, ma dopo il 1880 cominciò la loro rapida espansione tanto che alla morte del Raiffeisen (1888) erano già 425.
La loro diffusione in Germania ebbe maggior successo di quello delle Banche Popolari. Ricorderò, solo per dare un ordine di grandezza al fenomeno, che nel 1913, prima dello scoppio della prima guerra mondiale, avevano raggiunto il numero di 16.927, mentre quelle «popolari» dello Schulze erano arrivate a 980. Queste «cooperative di credito» si diffusero rapidamente in tutta l'Europa e, all'inizio del 1900, pur assumendo forme diverse, cominciarono a diffondersi anche in America.
Facciamo qui un breve accenno, a titolo di memoria e per completare il quadro delle forme di credito cooperativo, alle «Casse Popolari» e alle «Unioni di Credito» («Credit Unions»).
All'inizio del 1900, un fervente cattolico, Alphonse Dejardins fonda a Levis, in Canada, la prima «Caisse Populaire» fondendo i principi dello Schulze e di Raiffeisen. Scompaiono quindi le differenze tra associazioni di credito urbane e rurali, mentre viene accettato il principio della responsabilità illimitata in quanto la situazione sociale era diversa; viene riconfermato il principio della zona operativa limitata.
Lo spirito che anima le «Caisses Populaires», oggi largamente diffuse in tutto il Canada, è quello profondamente cristiano del Raiffeisen.
Negli Stati Uniti fu Edward A. Filene di Boston promotore del sistema di credito cooperativo. Era un commerciante ebreo, pervaso da profondi sentimenti umanitari. Fondò la sua prima «Unione di Credito» nel 1909 a Manchester, nel New Hampshire. Tali «Unioni» dovevano essere, oltre che aziende di credito, dei centri di riforma umanitaria e filantropica, dove la gente lavorando assieme, poteva risolvere i propri problemi di credito. Operavano esclusivamente con i propri soci. Ebbero una vastissima diffusione tanto che nel 1970 si contavano negli Stati Uniti ben 23.400 «Credit Unions». Si vanno oggi rapidamente diffondendo anche al di fuori dell'America, particolarmente in Asia e in Africa.
Le origini della cooperazione 4 Abbiamo tracciato un quadro sintetico della nadi credito in Italia scita del sistema di credito cooperativo e dei suoi principi, trascurandone il suo sviluppo che pur meriterebbe una più approfondita trattazione.
Ci è servito come premessa all'analisi dello sviluppo del movimento del credito cooperativo in Italia.
Questa sarà limitata ad una breve sintesi storica delle sole Casse Rurali, che per ragioni di spazio, comprenderà il periodo dal 1880 al 1991.
Divideremo i primi 30 anni in due distinte fasi: la prima che vide sorgere le prime Casse, cosiddette «neutre», e che ebbero come promotore Leone Wollemborg, e la seconda, quella delle Casse «cattoliche».
Lo spirito profondamente cristiano del Raiffeisen e la sua adattabilità alle condizioni di vita dei nostri paesi di campagna ove la vita in comune e lo spirito di «campanile» avevano conservato una unità culturale, furono le premesse per un trapianto nel nostro paese delle esperienze tedesche.
Nella seconda metà dell'800, dopo l'unità d'Italia, si assisteva ad un notevole risveglio dell'agricoltura con il derivante insorgere del bisogno di credito.
Accenneremo solo, perché riteniamo siano note, alle difficoltà che allora incontravano i contadini per avere accesso al credito, al fiorire dell'usura, al grave stato di indigenza delle popolazioni dei campi ed al loro lento affrancarsi da antichi sistemi di vita che affondavano le loro radici in lunghi secoli della passata storia.
Anche in Italia troviamo ben poche fonti di studi teorici che precedettero il sorgere delle Casse Rurali. Ricorderò solo l'opera del sen. Alessandro Rossi con il suo scritto «Del credito popolare delle odierne associazioni cooperative» (1880) e del prof. Keller, autore di una «Monografia sulle condizioni dei contadini nel Veneto e le associazioni delle Casse di Anticipazione» (1882).
La prima attuazione pratica, con il trasferimento in Italia del sistema delle Casse di tipo Raiffeisen, fu opera di Leone Wollemborg che, nel 1883, fonda a Loreggia, in provincia di Padova, la prima Cassa Rurale.
Era, il Wollemborg, un grosso proprietario terriero, che raccogliendo attorno a sé i primi 32 soci, dà vita ad una prima cooperativa di credito, alla quale fa seguito nel 1884 quella di Cambiano di Castelfiorentino, tuttora esistente, e nello stesso anno quella di Trebaseleghe (Padova).
Il Wollemborg, visti i buoni risultati delle prime esperienze, inizia una larga opera di propaganda. Nel 1887 le Casse Rurali erano ventisette e Wollemborg, come mezzo di diffusione dei suoi principi fonda a Padova il primo giornale «Cooperazione Rurale». Nel 1886 si costituisce a Milano un apposito comitato per la diffusione delle Casse Rurali in Lombardia che pubblica un primo «manuale» per la costituzione e la gestione delle Casse.
I buoni risultati delle «Rurali» suscitano i primi echi favorevoli in Parlamento: l'on. Cavalletto, nella seduta del 12.2.1886, ebbe parole di elogio a Montecitorio per le Casse Rurali. Due anni dopo nell'aula parlamentare si ebbe modo nuovamente di rivolgere un plauso alle Casse Rurali e lo stesso Ministro Grimaldi si complimentò per l'opera di queste istituzioni.
Riferiamo questi episodi, in sé di scarso rilievo, soltanto per ricordare che anche oggi, a distanza di quasi un secolo, stiamo attendendo che dalle nostre Camere esca qualcosa di più concreto degli assensi e dei plausi alle nostre Istituzioni.
Il diverso sviluppo che ebbero le istituzioni di Credito Cooperativo nel resto dei Paesi Europei è in larga parte da attribuire alle più attente norme legali che assistettero il formarsi dei sistemi sin dalla loro origine.
Lo sviluppo delle Casse continuò rapidamente, non certo per opera degli elogi, ma per la propaganda del Wollemborg che, nei paesi di campagna, trovò entusiasti collaboratori principalmente nei sacerdoti, nei medici, nei segretari comunali e nei maestri.
Ricorderemo l'entusiasmo di Don Federico Fiorenza, curato di Sovramonte, piccola borgata del Feltrino, che sull'esempio di Loreggia fondò nel suo paese ben 5 Casse Rurali, 7 Latterie sociali, 5 granai cooperativi e una cooperativa di Lavoro. Era la piccola «repubblica cooperativa» sognata da Gide.
Nel gennaio 1888 Wollemborg fonda, a Padova, la prima Federazione delle Casse Rurali, alla quale aderivano 51 Casse, che avevano come scopo il collegamento delle istituzioni in un'unica rappresentanza, la cura e la difesa dei loro interessi e la promozione della loro diffusione.
Per la fama raggiunta ed i meriti acquisiti, il Wollemborg venne eletto deputato e fece una rapida carriera politica fino a diventare ministro. Ma cessò la sua opera di attivo protagonista. Con il 1891 possiamo ritenere chiuso questo primo capitolo.
Inizia l'opera delle Casse Rurali cattoliche. In quegli anni le tensioni sociali erano andate sempre più aggravandosi, mentre prendeva corpo il movimento cristianosociale per il quale la questione sociale non poteva essere risolta con la violenza ma con l'amore.
La cooperazione diventava quindi per i cattolici lo strumento ideale di lotta, anche perché non si collocava in posizione antagonista nei confronti della famiglia, della proprietà e della libertà individuale.
Inizia un periodo di critica e di polemiche con il Wollemborg al quale si addebitava di avere trapiantato in Italia le esperienze di Raiffeisen come semplici e pure istituzioni economiche dimenticando la parte religiosa e morale.
Wollemborg, che era israelita e ben conosceva la situazione italiana, era invece assertore convinto della necessità per le Casse di una rigorosa neutralità religiosa, mentre, per i cattolici, un movimento essenzialmente di spirito cristiano non poteva che essere condotto avanti dai cattolici stessi. Il principio della responsabilità illimitata posto a base delle Casse presupponeva, per di più, un completo clima di fiducia reciproca che mal si addiceva alle aspre lotte allora in corso tra cattolici e liberali. Venne quindi ritenuto prudente o addirittura indispensabile per il buon andamento delle Casse chiudere le porte ad ogni controversia adottando il principio della confessionalità, accettando solo i soci di provata fede cattolica. Del resto, asserivano i cattolici, la Cassa Rurale era una associazione volontaria e quindi il principio della confessionafità non appariva affatto discriminatorio.
E' in questo clima di polemiche che nasce a Gambarare, nel Veneto, nel 1890, la prima Cassa Rurale «cattolica».
Del resto anche all'estero, in questo periodo, il principio della confessionalità era stato posto a base della salvaguardia dei principi cristiani delle Casse Rurali. In Germania le Casse Raiffeisen erano guidate dal clero. Nel Belgio, dove l'abate Mellaerts era posto a guida del movimento, le Casse adottavano uno statuto che stabiliva come principio che i soci dovevano riconoscere come basi della società la religione, la famiglia e la proprietà privata.
In Francia lunghe controversie avevano diviso il movimento dando vita a due distinte organizzazioni: il «Centre Fédératíf» laico con 30 Casse aderenti e l'«Unione des Caisses Rurales et Ouvrières» cattolica con 700 casse aderenti.
A Gambarare, per tornare alla storia di casa nostra, la lunga disputa in seno al consiglio della Cassa tra liberali e cattolici aveva visto la vittoria di questi ultimi. Ne era stato parte attiva un giovane sacerdote, don Luigi Cerutti. Dotato di una attività portentosa e di facile parola, riuniva in sé tutte le qualità per diventare l'apostolo della nuova idea. E lo divenne.
L'enciclica «Rerum Novarum» di Leone XIII, nel 1891, sollecitava i cattolici all'azíone sociale. Partecipando, nel settembre del 1891, alla riunione dell'Opera dei Congressi e Comitati Cattolici che si teneva a Vicenza, Don Cerutti si fece fervente propagandista dell'idea delle Casse Rurali, alle quali sino a quel momento l'opera dei congressi non aveva dato alcun peso, mettendone in rilievo i vantaggi economici, morali e religiosi, dimostrando la convenienza e la necessità che i cattolici prendessero l'iniziativa di tale tipo di associazione nel campo rurale. Le proposte di Don Cerutti ven Don Cerutti nero accolte e da quel momento l'opera delle Casse Rurali entrò ufficialmente nel campo cattolico.
Subito dopo, nel 1892, sorge a Montebelluna la seconda Cassa Rurale Cattolica e in una adunanza diocesana, a Treviso, si decide la costituzione dei comitati di propaganda delle Casse Rurali. Nell'ottobre dello stesso anno, al Congresso di Genova, Don Cerutti presenta le prime 18 Casse Cattoliche, cominciando quindi, su larga scala, i suoi viaggi di propaganda. Due anni dopo, al Congresso di Roma, le Casse sono 69 e viene lanciata la proposta della creazione di una «Cassa Rurale Cattolica di Depositi e Prestiti» in ogni parrocchia.
Anche il Ministero dell'Agricoltura comincia ad interessarsi, in forma più concreta, di queste istituzioni. Nell'anno 1894 viene nominata una commissione di studio, della quale fa parte anche il Wollemborg. La Commissione si esprime in forma favorevole alla diffusione delle Casse formulando alcune proposte al Ministero.
Si chiede che gli Istituti di emissione concedano alle Casse speciali condizioni di favore (tassi agevolati e anticipazioni a lunga scadenza), che ne venga favorita l'opera di diffusione, che si modifichino le norme di legge vigenti, alleggerendo le formalità burocratiche che ostacolavano lo sviluppo, eliminando gli oneri fiscali ingiustificati e che la loro gestione e la contabilità siano sottoposte a periodiche ispezioni possibilmente però tramite una organizzazione autonoma federale.
Le proposte rimasero tali. Il movimento delle Casse Rurali cominciava però ad acquistare una impronta di quasi ufficialità. Tengono, nel 1895, il loro primo congresso a Cuneo che nelle conclusioni finali ribadisce gli stessi concetti: che sia sancito il principio della loro libera costituzione sotto un'unica denominazione sociale e senza obbligo di conferimento da parte dei soci; che siano rese facili e non onerose le formalità relative alla loro costituzione; che siano definiti i benefici fiscali; che venga resa obbligatoria la revisione periodica preferibilmente in forma autonoma tramite organismi federali.
Ma intanto le Cancellerie dei Tribunali frapponevano ostacoli alla omologazione degli statuti delle Casse che si andavano via via costituendo, asserendo che, mancando nelle loro norme quella del raggiungimento del lucro, erano in contrasto con la legge allora vigente sulle società commerciali.
Si erano andati però formando centri di coordinamento e sorgevano le prime federazioni, con appositi collegi di legali per la loro tutela contro le difficoltà giuridiche sollevate dai Tribunali.
Al congresso di Torino, sul finir del 1895, erano ormai oltre 500 e si delibera la costituzione di una «Unione Generale» che doveva raggruppare le Casse che dal Veneto e dalla Lombardia si erano andate diffondendo in diverse regioni (Emilia Toscana Piemonte LiguriaLazio Sicilia). L'iniziativa, dato il diffuso spirito regionalistico, ebbe scarso successo. Come del resto ebbe poco successo la fondazione, nel 1896, a Parma della prima «Cassa Centrale», alla quale aderirono solo un centinaio di Casse Rurali.
Ma se mancava lo spirito aggregativo verso la costituzione di un centro che potesse fungere da sostegno finanziario alle Casse, larga fu l'opera di aiuto delle Banche Cattoliche che andavano sorgendo nei centri urbani e che mettevano fondi a disposizione delle Casse a basso tasso di interesse lasciando però alle Federazioni il compito di distribuire tali fondi.
Purtroppo con il passare degli anni le Banche Cattoliche, che operavano in città e quindi facilmente allettate dall'idea del guadagno, finirono per scordare questo loro compito o addirittura trasformarono le Casse, a loro legate, in propri sportelli. Fenomeno questo che meriterebbe di essere più attentamente studiato.
Abbiamo accennato alle Federazioni la cui costituzione ed il cui rafforzamento erano favoriti anche dalle Banche Cattoliche che, come abbiamo visto, tenevano per il loro tramite i rapporti con le Casse Rurali. Dopo la prima sorta a Padova nel 1888 ad opera del Wollemborg (51 Casse aderenti), sorsero quella di Treviso (1894, con 61 Casse), quella di Milano (1894, con 15 Casse), quella di Alba (1895, con 5 Casse), quella di Vicenza (1895, con 52 Casse), quella di Bergamo (1896, con 66 Casse), quella di Brescia (1896, con 13 Casse).
Ricorderemo ancora brevemente, per non dilungarci su tale argomento, quelle di Adria, di Udine, di Bologna e di Parma, tutte nel nord d'Italia.
Nel sud la regione più attiva fu la Sicilia. Non possiamo qui non fare almeno un accenno al nome di Don Sturzo. La sua opera, nel campo delle attività sociali cattoliche, non solo nell'ambito regionale ma ancor più in quello nazionale, merita una trattazione a parte che, in questa relazione, dobbiamo purtroppo trascurare.
Intanto, nel 1896 si era celebrato il Congresso di Fiesole. Le Casse Rurali erano oltre 700, di cui 532 quelle cattoliche. La loro diffusione aveva raggiunto la Toscana, gli Abruzzi, la Sardegna e la Calabria. Nel 1897 superavano le 900 unità, di cui 779 di ispirazione cattolica e 125 cosiddette «neutre» e di ispirazione liberale. Nel frattempo però circa una quarantina si erano sciolte o perché, trascorso il primo quinquennio di vita, non godevano più di esenzioni fiscali (peraltro limitate al solo bollo e registro) o per la impossibilità di reperire fondi, oppure per la mancata registrazione da parte dei Tribunali. Le diverse Federazioni, che allora erano diocesane, si erano date una prima struttura organizzativa, per lo più con un primo nucleo di ispettori e di tecnici per l'assistenza. Per la propaganda, si servivano in genere di
un organo di stampa. Ricorderò al riguardo «La vita del popolo» per quella di Treviso, il «Campanone» per quella di Bergamo, «Il Popolo Cattolico» per quella di Milano, la «Cooperazione Rurale» per quella di Padova; «La Gazzetta d'Alba» per la Federazione di Alba, «La Voce del Popolo» a Brescia, «L'Operaio Cattolico» a Vicenza, «La Cooperazione Cattolica» a Verona, «La Cooperazione Popolare» a Parma. Ho citato le testate di alcuni giornali per dimostrare quanto fosse allora attiva l'opera di diffusione dei principi delle Casse Rurali e come le testate stesse fossero l'indicazione dei loro programmi.
Nel 1905, in attuazione delle deliberazioni adottate nel corso del Congresso Cattolico di Brescia viene fondata la Federazione Italiana delle Casse Rurali. Di fatto però inattiva fino al 1914 per iniziare in Bologna dal 1914 la sua attività con la nomina di un nuovo Consiglio. Le adesioni all'inizio furono piuttosto modeste: 675 su 2.000 Casse esistenti e 20 Federazioni locali su 50.
Al momento della sua ricostituzione la Federazione Italiana si preoccupò anzitutto di favorire lo sviluppo delle Federazioni locali, quali elementi indispensabili della organizzazione. Venne studiato un loro statuto uniforme perché potessero assumere una funzione revisionale e rivestire con questa una autorità che potesse essere riconosciuta dallo Stato.
La costituzione legale delle Federazioni doveva rendere obbligatori, e quindi stabili, i rapporti che sino ad allora erano stati liberamente e volontariamente contratti tra Federazioni locali e le Casse con scarsi risultati pratici sulla efficienza della organizzazione.
Si sperava addirittura che questo primo passo per dare stabilità ai rapporti potesse favorire l'avvento di una legge sulla revisione obbligatoria, affidata naturalmente alle Federazioni che avrebbero inoltre assunto un nuovo ordine di funzioni, compresa l'attività finanziaria, prevista dall'art. 13 dello Statuto proposto («... la Società può fare qualsiasi operazione di banca, rigorosamente escluse quelle aleatorie ... »).
Solo poche Federazioni adottarono il nuovo Statuto che, per gli obblighi che conteneva, veniva ad urtare contro le tradizioni e il localismo ormai fortemente radicati, mentre, per gli interessi che veniva a toccare, si poneva decisamente contro i rapporti precostituiti tra le Casse Rurali e Banche locali.
Comunque, la crescita delle Casse andò accelerandosi di anno in anno: se ne contavano 1.650 nel 1912, oltre 2.000 nel 1913.
Nel periodo della guerra del 1915 1918 le Casse Rurali non riducono la loro attività; anzi, la intensificano per aiutare lo sforzo produttivo delle popolazioni agricole, indebolito in conseguenza degli eventi bellici.
Ancor prima della fine del conflitto, nel settembre del '18, le Casse Rurali tengono il loro primo Congresso per dibattere quattro temi principali:
a) i criteri che debbono presiedere all'organizzazione delle Casse Rurali;
b) i problemi che si porranno nel dopoguerra; c) i problemi agricoli del Mezzogiorno; d) la disciplina giuridica della cooperazione in agricoltura.
Le relazioni vengono tenute rispettivamente da Rivigatti, Mangano, Campilli e Buffetti. Tra le conclusioni, si ricorda l'affermazione di rendere obbligatoria, per le Casse, l'adesione alla Federazione nazionale, direttamente o tramite le Federazioni locali; adesione considerata indispensabile ai fini di una efficiente ed efficace operatività delle Casse.
Terminata la grande guerra, nel 1919, avviene, come noto, la grande scissione nel mondo delle Cooperative. Quelle cattoliche si staccavano dalla Lega, costituendo la Confederazione Cooperativa Italiana, alla quale aderisce la Federazione Italiana delle Casse Rurali.
Sono anni di lotta e di divergenze ideologiche tra la concezione cristiano sociale della cooperazione e quella di ispirazione socialista. La prima vede nella cooperazione la via per la instaurazione di un ordine sociale cristiano, la seconda invece concepisce la cooperazione come lo strumento per preparare le condizioni per una collettivizzazione dei mezzi di produzione e della ricchezza prodotta.
E' in tale clima che matura il progetto di legge del Ministro del Lavoro, Labriola, sulla unificazione e la riforma della legislazione cooperativa.
Il disegno di legge muoveva dal presupposto che per combattere il caro vita e la speculazione che caratterizzavano il sistema economico e commerciale capitalista occorreva favorire lo sviluppo della cooperazione di consumo e di produzione che si proponeva scopi di utilità collettiva.
Gli stessi scopi non venivano attribuiti alla cooperazione di credito, pertanto la medesima non veniva presa in considerazione nel disegno di legge; disegno che, per altro, non giunse mai ad approvazione.
Intanto la situazione economica andava progressivamente peggiorando con conseguenze negative anche sul sistema bancario ed in particolare nei confronti delle banche minori.
Le Casse Rurali non fanno eccezione. Già nel loro primo Congresso nazionale, svoltosi a Roma nel settembre del 1918, era stato posto l'accento, per la loro difesa, sulla necessità di una più efficiente organizzazione delle Federazioni locali le quali dovevano intensificare e rafforzare la loro funzione ispettiva e porre in liquidazione quelle Casse che non disponevano di adeguati mezzi tecnici e patrimoniali.
Le risultanze del Congresso vennero poste all'attenzione del Governo che si impegnò a tenerle in considerazione. Venne nominata una Commissione di studio per la riforma della loro legislazione e concesso un contributo finanziario per il funzionamento della Federazione Italiana.
Nell'aprile del 1921 la Confederazione Cooperativa Italiana, nata, come detto, due anni prima in seguito alla scissione intervenuta tra cooperative socialiste e cooperative cattoliche già unite nella Lega delle Cooperative, tiene a Treviso il suo primo congresso nazionale.
Vi prende parte attiva la Federazione Italiana delle Casse Rurali che, nell'occasione, celebra il suo secondo congresso del dopoguerra.
I due Congressi rivestono una importanza particolare. Quello della Confederazione Cooperativa Italiana fa il punto sui risultati della cooperazione cattolica dall'Opera dei Congressi, dagli sviluppi significativi ottenuti dietro l'impulso dell'Enciclica «Rerum Novarum» alla ripresa vigorosa nel dopoguerra e traccia, soprattutto, un programma di azioni da intraprendere in futuro. Quello della Federazione Italiana delle Casse Rurali indica le vie per rafforzare i legami del movimento, coordinare le attività delle varie componenti e mette in guardia le Casse Rurali da due pericoli che già si delineano chiaramente; l'illusorietà di poter efficacemente operare al di fuori di un solidaristico rapporto con gli organismi di secondo e terzo livello, la estensione del campo di attività al di fuori della gestione del risparmio e del credito, coinvolgendosi in altre attività imprenditoriali.
Propositi e programmi della Confederazione Cooperativa Italiana verranno purtroppo frustrati dal regime politico che si installerà successivamente nel Paese ed i pericoli contro i quali le Casse Rurali vengono messe in guardia troveranno puntuale conferma negli anni successivi.
L'anno dopo, cioè nel 1922, le Casse Rurali raggiungono la maggiore espansione. Sono ben 3.540, rappre sentano il 5 8 % delle aziende di credito italiane e raccolgono il 4,20% del totale dei depositi bancari. Ma già molte di esse contengono i germi del disfacimento e tutte, comunque, subiranno, poi, le pesanti conseguenze del la politica fascista.
L'arresto improvviso dell'inflazione aveva portato alla restrizione della domanda ed al crollo dei prezzi. Vi fu un esteso fallimento di cooperative di consumo sorte numerose nel dopoguerra, che trascinò con sé anche molte Casse Rurali che le avevano costituite e finanziate. 1 nemici della cooperazione approfittarono, naturalmente, di tali circostanze per discreditare in toto la cooperazione di credito.
Il movimento cattolico mentre aveva scelto come mezzo di diffusione e di coordinamento delle Casse la «Federazione» per quanto riguardava invece l'aspetto creditizio ne aveva affidato la tutela alle banche Cattoliche che andavano allora sorgendo in attuazione dei programmi dell'Opera dei Congressi, un organismo costituito per stimolare l'impegno dei cattolici nei vari settori del sociale.
Per la verità non erano mancate iniziative volte alla creazione di Casse Centrali autonome. Nel mese di maggio del 1896 viene fondata a Parma la «Cassa Centrale per le Casse Rurali Cattoliche d'Italia» ma vi aderirono soltanto 100 tra le 500 casse già allora esistenti. Non avendo potuto raggiungere i suoi scopi data la scarsità di adesioni cercò di consolidare la sua base come Istituto locale, trasformandosi nel 1912 in società per azioni.
L'Opera dei Congressi, riunitasi in quello stesso anno a Fiesole prendeva atto della costituzione senza però mostrare particolare interesse attorno alla iniziativa. Anzi l'anno dopo, 1897, le Banche Cattoliche riunitesi e Banche Cattoliche riunitesi in convegno a Bergamo presso la sede della seconda sezione dell'Opera dei Congressi, dopo avere preso atto dell~ necessità di costituire una Federazione permanente ai fini del coordinamento e programmazione della loro attività economica approvano uno schema di regolamento dei rapporti che dovevano intercorrere tra loro le Casse Rurali.
Nel congresso di Ferrara del 1899 si constatava l'esistenza di 33 Banche Cattoliche sorte si diceva «... con lo scopo iniziale di fornire ad un mite saggio di interesse i capitali alle Casse Rurali riscontadone il portafoglio ... » fungendo anche da centri di raccolta delle liquidità eccedenti e di compensazione.
Si era già quindi costituito, però, all'esterno del movimento quello che doveva diventare il secondo livello creditizio finanziario del sistema, con la conseguenza di rafforzare la dipendenza delle Casse dalle Banche locali, che provvedevano per altro a dare un sostegno finanziario, e spesso anche in uomini e sedi, alle Federazioni locali.
Qualche anno più tardi di fronte alle prime difficoltà dei rapporti tra Casse e Banche, le Federazioni locali, a miglior tutela delle Casse associate, cominciarono a considerare l'opportunità di trasformarsi anche in «centri finanziari» allo scopo di svolgere una diversa e più incisiva azione di mediazione tra le Banche e le Casse.
A titolo di memoria ricordo però anche altri tentativi di rendere autonomo il sistema anche sotto l'aspetto ereditizio finanziario:
- il Credito Centrale del Lazio (mancavano nella regione le Banche Cattoliche) che nasceva nel 1910 con lo scopo di coordinare e unificare le Casse dell'Italia Centrale e Meridionale e con la funzione di segreteria permanente per il mezzogiorno;
- la Cassa Centrale Federativa di Reggio Calabria;
- la Banca Nazionale delle Casse Rurali Italiane costituitasi per opera di Leone Wollemborg in Roma nel 1914. Si tratta di esperienze che comunque hanno scarsa presa, anche se evidenziano un problema che le Casse avvertivano: Ne è una conferma la stessa proposta che è emersa dal Convegno Provinciale Milanese della Cooperazione e Mutualità relativa al problema del rapporto tra Casse e Cooperative nella quale si faceva cenno alla «... necessità che le Casse avviassero le loro disponibilità attraverso organismi intermedi (Casse Regionali) ad un istituto bancario appositamente creato che doveva funzionare come organo della Federazione ... ».
Alle intenzioni, però, non seguirono i fatti anche perché le Banche Cattoliche a carattere provinciale o regionale, costrette a sostenere la concorrenza di Istituti maggiori, furono spesso indotte ad allargarsi a spese delle Casse Rurali mediante una costante azione di assorbimento.
Nel periodo che va dal 1923 al 1925 fallirono inoltre molte banche cattoliche con le quali le Casse Rurali avevano stretti rapporti. Citiamo ad esempio la Banca del Trentino e dell'Alto Adige, la Banca di Credito e Risparmio di Pistoia, il Credito Toscano ed il Credito Meridionale, al quale erano collegate in particolare le Casse Rurali dei Sud.
Il numero delle Casse comincia, pertanto, a ridursi notevolmente, non solo per i fallimenti ma per le incorporazioni da parte di banche maggiori, anche cattoliche, che si erano allontanate dalle iniziali finalità «solidaristiche».
Alle motivazioni economiche e finanziarie della perdita di vigore della cooperazione di credito va poi sovrapponendosi sempre più, ed a volte determinando le prime, l'azione diretta ed indiretta del regime che accentua il suo carattere totalitario. Già nel 1921 si era costituito a Milano il Sindacato Italiano delle Cooperative, di orientamento fascista, con l'intento di dare una nuova struttura alla cooperazione, in contrapposizione alla Lega delle Cooperative ed alla Confederazione Cooperativa Italiana. Tale organismo, nel 1926, prenderà il nome di Ente Nazionale Fascista della Cooperazione.
Non mancheranno anche le azioni squadriste, come l'occupazione e la distruzione di sedi e le pesanti intimidazioni. La conseguente paura dei depositari indurrà molti a ritirare i depositi dalle Casse Rurali. In proposito, analoga ed ancor più dannosa conseguenza avrà il R. D.L. n' 64 del 24 gennaio 1924 con il quale si dava al Prefetto il potere di intervento e controllo sulle società cooperative e la facoltà di nominare commissari al posto dei Consigli di Amministrazione eletti democraticamente.
Nonostante le difficoltà d'ordine economico e politico, anzi, proprio nel tentativo di superarle, la Federazione Italiana e quelle locali intensificano tra il 1922 ed il 1926 la loro azione di coordinamento e di sostegno alle Casse.
A tal fine, nel 1926 la Federazione Italiana promuove la costituzione del Credito Federale Agricolo con la funzione di raccogliere e ridistribuire i depositi esuberanti delle Casse aderenti. Inizierà la propria attività l'anno successivo, ma incontrerà forte ostilità esterna e relativa adesione interna. Il capitale sociale di L. 1.000.000 viene sottoscritto a fatica da sole 300 Casse. L'Istituto Federale cessava nel 1928 dopo solo due anni di vita.
La scarsa rilevanza finanziaria avuta dal fondo non ne inficia la portata federativa. Ed a proposito dell'attività della Federazione in quel periodo è significativo quanto scrive il Tamagnini nel suo volume sulle Casse Rurali «Non ci vuol molto, invero, a rendersi conto che qualora la Federazione italiana non fosse esistita, oppure fosse rimasta inattiva, le Federazioni provinciali e le singole Casse Rurali sarebbero andate travolte, assorbite e disperse ... ».
Comunque, in seguito a liquidazioni, incorporazioni e fusioni alla fine del 1926 il totale delle Casse è sceso a 2.545.
Nel frattempo il regime fascista si è consolidato e sta acquisendo sempre più potere nell'ambito statale. La sua politica porta al crollo della Lega Nazionale delle Cooperative e della Confederazione Cooperativa Italiana.
E' in tale clima che viene emanata la Legge 3 aprile 1926, n' 563, sulla disciplina giuridica del rapporto di lavoro. Le norme di attuazione di detta legge, emanate nel luglio successivo, prescrivono che le imprese di ogni genere esercitate in forma cooperativa debbano, ai fini carattere sporadícsindacali, costituirsi in speciali associazioni.
La Federazione italiana delle Casse Rurali si trova ad operare una scelta: o trasformarsi essa stessa in associazione sindacale legalmente riconosciuta, perdendo libertà ed autonomia, o dar vita ad una apposita associazione di natura sindacale. Scelse, non senza contrasti, la seconda via e diede vita alla Associazione Nazionale tra le Casse Rurali, Agrarie ed Enti Assimilati, il cui presidente, per legge, era di nomina governativa, mentre i membri del Consiglio venivano eletti liberamente.
L'Associazione di categoria delle Casse dovette poi aderire ad una associazione sindacale di grado superiore e fu gioco forza aderire alla Confederazione Generale Bancaria.
La vita dell'Associazione non fu facile. Enti vari e gruppi bancari ne resero irta di ostacoli l'operatività a tutela delle Casse Rurali che intanto continuavano a diminuire di numero. L'intervento dello Stato nell'ambito economico ed in quello creditizio diviene sempre più pressante. Nel marzo del 1929 il Consiglio dell'Associazione viene sciolto d'autorità e si procede alla nomina di un Commissario governativo.
Scrive in proposito il Tamagnini: «Si trattò di un atto arbitrario, che rientrava nello stile dell'epoca, rivolto ad impedire che le ragioni delle modeste e benemerite Casse Rurali potessero essere fatte valere nei confronti di gruppi bancari, che facevano assegnamento sull'afflusso delle loro eccedenze di disponibilità oppure che si prefiggevano valersi della loro attrezzatura e dei loro servizi».
Nel 1929 ai guai «politici» si aggiunsero anche quelli ancor più pesanti di natura economica: la grave crisi mondiale che investì anche il nostro Paese falcidiò ulteriormente il numero delle Casse Rurali. La crisi economica agirà anche da moltiplicatore nell'accelerare l'intervento ed il controllo statale sul sistema economico.
Pertanto, per quanto concerne il settore del credito, se le misure governative degli anni '26 '28 avevano avuto carattere sporadico, miranti soprattutto a tutelare il risparmio, dal '29 in poi assumeranno maggiore organicità nell'intento di stabilire precise direttive ed uno stretto controllo nella gestione del credito.
Il fine, come afferma il Tamagnini, sarà quello di «poter far affidamento su pochi e potenti istituti di credito, i quali avrebbero reso più agevole l'impiego del risparmio secondo i fini della politica autarchica; potenti istituti di credito che comunque sarebbero divenuti validi e dominabili strumenti di una economia controllata e programmatica».
In particolare, per quanto concerne le Casse Rurali, il ministro dell'Agricoltura, Giacomo Acerbo, presenta nel '31 alla Camera una proposta di «Ordinamento delle Casse Rurali ed Agrarie, proposta che diviene legge il 6 giugno 1932, costituente la prima organica legislazione della categoria. La legge pone condizioni restrittive alla costituzione ed al funzionamento delle Casse. Demanda, inoltre, al ministro dell'Agricoltura la facoltà di apportare modifiche ai loro statuti, di subordinarle ad ispezioni e di procedere all'eventuale scioglimento.
Nel frattempo l'attività dell'Associazione Nazionale delle Casse Rurali è divenuta sempre più difficile, condizionata com'è dalle varie organizzazioni di carattere bancario e corporativo che il regime va creando. Infatti, anche nel settore della produzione e del lavoro va crescendo l'intervento statale, tendente a guidare ed a tenere sotto controllo il tutto, attraverso la politica delle corporazioni.
Nel 1934 in seguito ad un decreto legge che riordina i nuovi statuti della Confederazione delle Aziende di credito e delle Associazioni ad essa aderenti, l'Associazione delle Casse Rurali si trasforma in Federazione Nazionale delle Casse Rurali Agrarie ed Enti Ausiliari e viene posta sotto la rigorosa sorveglianza della Confederazione delle Aziende di credito, sorveglianza prima esercitata dal ministro delle Corporazioni.
Dal primo numero della rivista «Cooperazione di Credito» edito nel febbraio del '35, e dalla sua intonazione risulta senza ombra di dubbio che ormai le Casse Rurali e le loro organizzazioni siano completamente inglobate nello Stato Corporativo Fascista. Del resto, l'anno successivo, con la riforma bancaria tutto il sistema creditizio e la disciplina di quello finanziario passano sotto il diretto controllo dello Stato che ne disciplina organizzazione ed operatività. La politica di concentrazione bancaria e le difficoltà economico finanziarie hanno intanto determinato ulteriori riduzioni del numero delle Casse Rurali ed Agrarie, come venivano chiamate allora. Il loro numero è calato a 1.748 unità.
Per fornire in tale difficile situazione un apporto tecnico alle Casse viene costituito, nel 1936, l'Ente Nazionale delle Casse Rurali Agrarie ed Enti Ausiliari, già previsto dalla legge 3 aprile 1926 n' 563. L'Ente avrà diramazioni locali, chiamate Enti di Zona.
Nonostante la diminuzione numerica, la consistenza delle Casse resta abbastanza rilevante e forse per tale ragione, non disgiunta dai nuovi orientamenti della legge bancaria, nel 1937 il ministro dell'Agricoltura dell'epoca, Acerbo, promuove ed ottiene l'approvazione di una specifica normativa per le Casse Rurali; cioè il Testo Unico delle Leggi delle Casse Rurali ed Artigiane (R.D.L. 26 agosto 1937 n' 1.706).
Si tratta di una normativa che disciplina la vita delle Casse con notevole rigidità, dalla loro costituzione, agli aspetti operativi, a quelli della eventuale liquidazione.
L'operatività viene sottoposta a notevoli limitazioni di natura qualitativa, quantitativa e territoriale e la composizione sociale costretta per quattro quinti ad essere formata solo da agricoltori ed artigiani. Tale Testo Unico, salvo qualche modifica apportata nel 1955 è tuttora in vigore, pur essendo notevolmente mutate le condizioni economiche e sociali del Paese. Ragion per cui il movimento delle Casse Rurali ne richiede i necessari aggiornamenti.
All'epoca, il Testo Unico venne accolto con pareri contrastanti. Indubbiamente costrinse le Casse Rurali in un ambito ristretto e ne condizionò largamente l'attività. Ma c'è da chiedersi cosa ne sarebbe stato delle Casse se fossero rimaste in balia della forte spinta alle concentrazioni e degli appetiti dei maggiori istituti bancari. E' certo, comunque, che non favorì l'espansione delle Casse che, dopo la caduta del regime fascista ed a guerra finita erano ulteriormente diminuite di numero. Nel 1947 le Casse saranno, in totale, 804.
L'ordinamento corporativo cominciò ad essere smantellato subito dopo la caduta dei fascismo, con il RDL 9 agosto 1943 n' 721 che aboliva il Consiglio nazionale delle Corporazioni. Ma la completa soppressione delle istituzioni corporative avverrà solo nel giugno del 1944, in seguito all'ordinanza del generale Hume, capo degli Affari civili della Va Armata Alleata.
In seguito a tale ordinanza cessa di esistere anche la Federazione Nazionale tra Casse Rurali ed Enti Ausiliari, mentre continuerà ad operare, con funzioni di assistenza tecnica, l'Ente Nazionale delle Casse Rurali.
A guerra finita e ad avvenuta liberazione di tutto il territorio nazionale i cooperatori superstiti e non compromessi con il regime e nuove leve di cooperatori si misero all'opera per riallacciare le fila delle organizzazioni cooperative ancora esistenti. Per quanto concerne le Casse Rurali ciò avvenne, in particolare, per iniziativa dell'Ente Nazionale delle Casse Rurali.
Sul piano generale delle organizzazioni cooperative i cattolici ricostituiscono la Confederazione Cooperativa Italiana ed i cooperatori di altra ispirazione, la Lega Nazionale delle Cooperative e Mutue. La rinata Confederazione differisce dalla precedente poiché, a differenza di quest'ultima, non è la «risultante di una associazione di federazioni cooperative, ma è una associazione di cooperative e mutue e dei loro consorzi, sia pure riuniti in Unioni Provinciali ed in Federazioni nazionali di categoria».
«Su quanto concerne gli scopi delle due Confederazioni si può affermare che essi coincidono completamente, sebbene la loro rispettiva enunciazione risenta delle diversità di indirizzo organizzativo sopra accennato». (Tamagnini, pag. 273 de «Le Casse Rurali»).
La ricostituita Confederazione Cooperativa Italiana, nell'ottobre dei 1947, tiene il suo primo Congresso e dedica una seduta ai problemi delle Casse Rurali. Relatore è il Presidente dell'Ente Nazionale. La seduta si conclude con l'approvazione di un ordine del giorno in cui si auspica la rapida ricostituzione della Federazione Italiana delle Casse Rurali, la necessità di mettere allo studio un progetto di riforma del Testo Unico del '37 e quella di costituire un istituto centrale di credito che fungesse da coordinatore finanziario delle Casse Rurali.
In ottemperanza a tale ordine del giorno i delegati delle Casse presenti al congresso procedettero immediatamente alla nomina di una Commissione incaricata di preparare la bozza di statuto della ricostituenda Federazione.
La bozza di statuto, nel settembre del 1949, venne portata a conoscenza delle Casse Rurali e delle loro organizzazioni affinché l'esaminassero e fornissero il loro pa.rere. Esperite tali procedure, il 27 aprile del 1950, venne ufficialmente ricostituita la Federazione Italiana delle C. R. A.
Il suo statuto prevedeva che la Federazione, riprendendo la continuità ideale e pratica dell'antica Federazione e richiamandosi agli insegnamenti della scuola sociale cristiana, doveva esser elemento di tutela e propulsione della cooperazione di credito, ed essere espressione delle Federazioni locali che rappresentavano l'anello di collegamento diretto con le Casse.
La ricostituzione della Federazione non comportò la soppressione dell'Ente nazionale, che nel '49 riceve riconoscimento ufficiale in virtù dei D.P.R. 18 luglio 1949 n' 492 e modifica il proprio statuto per rendere più efficace l'assistenza alle Casse. Al contrario, gli Enti di zona esistenti avrebbero dovuto, nel tempo, trasformarsi essi stessi in Federazioni locali.
La Federazione entrava a far parte della Confederazione Cooperativa Italiana, mentre le singole Casse Rurali, con proprio settore, aderivano alle Unioni provinciali della Confederazione.
Negli anni successivi, soprattutto per iniziativa dell'Ente Nazionale e degli Enti di zona, si svolgono convegni nazionali e locali finalizzati a riorganizzare il movimento ed a dibatterne i principali problemi. Tra questi, assumono particolare rilievo l'impegno delle Casse nella conduzione del credito agrario ed artigiano, in relazione all'evolversi della legislazione.
Tra i problemi d'ordine generale fanno spicco la necessità di istituire un Istituto centrale della categoria e le modifiche al Testo Unico del '37. In proposito dopo una serie di convegni, di studi e di rapporti con esponenti parlamentari e di governo, si giunge nel 1955 ad ottenere la promulgazione della legge 4 agosto 1955, n' 707 che apporta alcune modifiche al citato Testo Unico.
Dal punto di vista della democrazia interna appare importante la facoltà concessa alle Casse dal modificato T.U. di eleggere direttamente anche il presidente del Collegio sindacale, che precedentemente era di nomina governativa. Tra le altre modifiche si ricorda la possibilità di annettere nella compagine sociale le cooperative agricole di trasformazione dei prodotti e le cooperative artigiane, la facoltà di acquistare immobili ad uso della Cassa, dietro autorizzazione dell'Organo di vigilanza, l'ampliamento della possibilità di assunzione di servizi di cassa e tesoreria da enti pubblici e privati e di quello di esercitare il credito agrario d'esercizio e di miglioramento fondiario. Resteranno però invariate le norme relative all'obbligatorietà di avere una compagine sociale costituita per quattro quinti da agricoltori ed artigiani e tutte le altre limitazioni quantitative e territoriali all'operatività delle Casse.
Nel 1956, in seguito alle modifiche apportate al Testo Unico, l'Ente Nazionale propone alle singole Casse l'adozione di uno Statuto tipo che tiene conto delle medesime.
Continua, intanto, l'azione tendente alla costituzione dell'Istituto centrale.
Nell'aprile del '58 si dà ormai per certa la sua nascita, ma dovrà passare ancora del tempo prima della realizzazione. Tra crisi di governo e mutamenti nella responsabilità del Ministero del Tesoro la costituzione subisce continui rinvii, anche se nell'ottobre del '59 il Comitato Interministeriale del Credito e del Risparmio esprimerà parere favorevole alla sua istituzione come ente pubblico.
La Federazione Italiana delle C.R.A., costituita nel '50, ma in pratica operativa dal '55, nel gennaio del '59 convoca l'Assemblea generale e apporta alcune modifiche ed aggiornamenti al proprio Statuto.
L'entrata in vigore del trattato del 25 marzo 1957, istitutivo della Comunità Economica Europea, stimola l'Ente Nazionale e la Federazione Italiana ad allargare la propria attenzìone all'orizzonte europeo.
I due Enti tengono sistematicamente informate le Casse sugli sviluppi del mercato comune ed il movimento allaccia contatti più stretti con i movimenti della cooperazione di credito degli altri stati membri della Comunità. Aderiscono altresì alle orgaffizzazioni internazionali, come il Credito Cooperativo Agricolo Europeo facente parte della C.E.A. (Confederazione Europea Agricoltura) e la C.I.C.A. (Confederazione Internazionale del Credito Agrario).
Nell'aprile del '61 i rappresentanti di tali organizzazioni terranno, per la prima volta, una loro riunione proprio in Italia, su invito ed organizzazione dell'Ente Nazionale e della Federazione Italiana delle C.R.A.
Il 1961 è destinato a divenire un anno importante per le Casse Rurali. Rappresenta infatti l'anno di partenza di una vigorosa riorganizzazione del movimento nel suo complesso e di rilancio della operatività delle Casse.
Ente Nazionale e Federazione avviano una intensa serìe di contatti e riunioni a livello centrale e locale. L'iniziativa mira anzitutto a ricreare in ciascuno la consapevolezza che occorre rinverdire la coscienza di «movimento» rinsaldando vincoli di solidarietà interna. Solo in tal modo le sìngole Casse, necessariamente limitate nel territorio e nelle dimensioni proprio per salvaguardare la loro natura «cooperativa», potranno progredire in una macro economia in cui la libera concorrenza privilegia spesso la legge del più forte.
Una occasione per una più dinamica presenza delle Casse nella politica agricola e nell'economia del Paese è rappresentata dal « 1 ` Piano Verde», un piano quinquennale di sviluppo dell'econornia agricola. Ente Nazionale e Federazione non si lasceranno sfuggire l'occasione, stimolando ed orientando in proposito l'attività creditizia delle Casse.
Sul piano organizzativo si vanno gradualmente rico~ stituendo le Federazioni locali e ristrutturando quelle esistenti, conferendo loro funzioni di rappresentanza tutela ed assistenza tecnica a livello regionale ed interregionale delle Casse associate.
Gli anni '61 e '62 segnano anche la ripresa di una più incisiva azione mirante a costituire l'Istituto centrale. L'iniziativa si svolge su due piani: uno interno, con riunioni finalizzate a garantire la partecipazione delle Casse alla costituzione del capitale necessario; l'altro, esterno, di sensibilizzazione e di convincimento delle autorità preposte alla concessione delle relative autorizzazioni. Un contributo giunge anche dalla Commissione Nazionale Tecnica, costituita nel 1962 per affiancare l'Ente Nazionale nello studio e nella soluzione dei problemi di carattere tecnico ed operativo del Movimento.
Nel 1963 si perviene finalmente alla costituzione dell'Istituto di Credito delle Casse Rurali ed Artigiane (ICCREA) che ha come obiettivo primario «rendere più intensa ed efficace l'attività delle C.R.A., agevolandone, coordinandone ed incrementandone l'azione, mediante lo svolgimento di funzioni creditizie, di intermediazione tecnica ed assistenza finanziaria» (art. 2 dello Statuto Iccrea).
Nell'ambito del sistema bancario, l'Iccrea si colloca nel novero degli Istituti centrali di categoria, accanto all'Istituto di Credito delle Casse di Risparmio, all'Istituto Centrale delle Banche Popolari ed all'Istituto Centrale Banche e Banchieri.
La sua funzione ed il suo ruolo sono destinati a crescere nel tempo, parallelamente alla crescita operativa ed all'ammodernamento costante dell'attività delle Casse. Ma l'Istituto assume anche un'altra rilevanza. Rappresenta, nelle intenzioni dei fondatori, uno dei principali pilastri del costituendo «gruppo» integrato delle CRA.
Nel 1964 le Casse, proseguendo nella loro riorganizzazione, tengono a Roma il primo Congresso nazionale del dopoguerra, anche per rilanciare nel Paese la loro esatta immagine di aziende creditizie cooperative, basate sulla mutualità tra i soci. L'anno successivo segna l'inizio dei periodici convegni nazionali di studio nel corso dei quali vengono, di volta in volta, approfonditi i vari aspetti e problemi dell'attività e della presenza delle Casse nel Paese, con particolare riferimento al loro ruolo di cooperative al servizio dei soci e delle comunità locali.
I convegni si svolgono con l'apporto di esponenti della cooperazione di credito di altri paesi europei, che portano l'esperienza dei rispettivi movimenti. In tal modo, si intensifica anche la collaborazione a livello internazionale destinata, nel tempo, a proseguire e ad intensificarsi.
Nel 1966 prende il via il «2' Piano Verde 1966 1970» che tiene particolarmente conto della progressiva instaurazione del mercato comune agricolo e della politica agraria europea. Il «Piano» rappresenta per le Casse Rurali un ulteriore impegno nell'assistere soci e popolazioni delle zone agricole nell'intento di conseguire miglioramenti colturali e strutturali.
Non a caso, il secondo convegno nazionale di studio delle C. R.A., organizzato dall'Ente Nazionale e dall'Università Cattolica del Sacro Cuore nel luglio dello stesso anno, ha per tema «la cooperazione di credito per le comunità rurali».
Sul piano organizzativo si va accentuando il processo di «democratizzazione» delle strutture di secondo livello. Nel primo numero di «Cooperazione di credito» del 1967 vengono così indicate le linee direttrici: «I primi nuclei di questo processo di rigenerazione del sistema sono rappresentati dalle Federazioni regionali che costituiscono i canali intermedi attraverso cui si esplica la partecipazione delle singole istituzioni alla federazione o associazione nazionale. Le federazioni regionali dovranno sostituire integralmente gli «enti di zona» attualmente esistenti, i quali, senza personalità giuridica e privi di sostanziale democraticità, verranno soppressi».
L'iniziativa non è fine a se stessa, ma rientra in un disegno più vasto: quello della gestione di gruppo, cioè «una forma moderna di collegamento, tale da accomunare le singole unità operative in un vincolo funzionale con gli organi centrali per realizzare una vera e propria integrazione di esigenze e di energie... In tal senso pensiamo soprattutto alla funzione di coordinamento e di attivazione che potranno svolgere le federazioni regionali».
E' nel 4' Congresso nazionale delle C.R.A., svoltosi a Rorna nel settembre dei 1970, che viene lanciata in mo do organico la strategia di sviluppo della categoria, basata sulla «gestione di gruppo» che ha nella Federazione italiana e nell'Istituto centrale i suoi assi portanti.
Poggiando sui medesimi dovranno essere costituite le strutture di integrazione tecnica che dovranno contribuire alla soluzione dei problemi di efficienza operativa delle Casse.
L'anno precedente era già stata costituita l'Editrice delle C.R.A. (E.C.R.A.) per diffondere all'interno ed all'esterno del movimento il messaggio cooperativo ed in particolare della cooperazione di credito. Negli anni futuri verranno poi costituite le società dí servizio che nel quadro della «gestione di gruppo» dovranno assecondare ed accompagnare l'attività delle Casse nei settori bancario e parabancario, nonché in quello formativo e di studio.
La Federazione italiana è tra i membri fondatori dell'Associazione delle Banche Cooperative della CEE (Groupement des Cooperatives d'Epargne et de Crédit de la Cee), che ha lo scopo di promuovere e di tutelare gli interessi della categoria in sede comunitaria.
Federazione ed Iccrea aderiscono, altresì, all'Unione Internazionale Raifeisen. (v. pag. 103).
Nel '72, per essere al passo con il progresso dell'informatica, viene costituita la «Coopeld», cooperativa per la elaborazione dei dati. Non avrà, però, vita facile e finirà per essere sciolta nel 1990 e sostituita da altre strutture.
Sempre nel '72, per dotare il gruppo di un centro di Il M.O.C.R.A. assistenza nel settore assicurativo viene costituita la società M.O.C.R.A., destinata poi ad assumere, successivamente, mandato di agenzia dall'Assimoco, la compagnia di assicurazione e riassicurazione del movimento cooperativo che verrà costituita nel '78. Data la particolare situazione della cooperazione di credito in Trentino Alto Adige, caratterizzata da una notevole capillarità delle Casse Rurali, nel 1973 e nel 1974 vengono rispettivamente aperte le Casse centrali provinciali di Bolzano e di Trento con funzioni finanziarie e tecniche.
Prosegue anche la costituzione di società al servizio delle Casse. Nel '78 è la volta del Ciscra e della Transcoop: il primo è un centro di servizi con funzioni di provveditorato e di stampa di carte e valori per le Casse e per il movimento nel suo complesso, la seconda, è una società di trasporti e di corrieri per collegamenti rapidi tra tutte le varie unità e strutture del gruppo. Ma il 1978 vede la costituzione di una istituzione di Garanzia fondamentale importanza per il movimento, quella del Fondo centrale di garanzia. Prime in Italia, le Casse Rurali si dotano di uno strumento finanziario finalizzato ad intervenire, a garanzia di soci e depositanti, in favore delle Casse in momentanea difficoltà ed anche in appoggio delle Casse di nuova costituzione.
Alimentato da contributo delle Casse aderenti, pilotato dalla Federazione è gestito dall'Iccrea.
Nello stesso anno, in comune con la Confcooperative, il movimento delle C.R.A. costituisce il Centro studi cooperativi (Censcoop) per l'approfondimento e lo studio dei problemi della categoria e della cooperazione.
Sempre in collaborazione con la Confcooperative viene inoltre costituita la società Assimoco, compagnia di assicurazione e riassicurazione del movimento cooperativo. In futuro, il pacchetto di controllo della «Assimoco» verrà assunto dalla «Finassimoco» società finanziaria di partecipazione e consulenza assicurativa per la cooperazione, sempre partecipata dall'Iccrea. La finanziaria controllerà poi anche la società «Assimoco vita» che verrà costituta nel 1988.
E' proseguito, intanto, il processo di strutturazione federativo degli organi di secondo e terzo grado dei movimento. Sono operanti 14 federazioni regionali od interregionali, società cooperative costituite dalle Casse dei relativi comprensori, ed è particolarmente attiva la Federazione italiana che associa le suddette Federazioni locali.
A questo punto, l'Ente nazionale, ente di emanazione governativa, appare una struttura non più in linea con il processo di democratizzazione. Il movimento, nel 1979, ne chiede ed ottiene lo scioglimento. Le sue funzioni tecniche vengono totalmente assunte dalla Federazione italiana delle C.R.A.
La crescita quantitativa e qualitativa del movimento richiede operatori sempre più qualificati e preparati. Per corrispondere in modo organico e continuativo alle esigenze formative e di aggiornamento della categoria, nel 1980 viene istituita la «Scuola centrale del credito cooperativo» che opererà attraverso corsi centrali e corsi regionali, organizzati in collaborazione con le Federazioni locali.
Il movimento si attrezza anche nel settore del parabancario che va assumendo rilevanza crescente. Il 1977 vede la nascita dell'Agrileasing, società che pone le Casse in grado di effettuare operazioni di leasing mobiliare ed immobiliare. Successivamente sarà affiancata dall'Autolease, specializzata nel leasing automobilistico e del targato in genere.
L'Iccrea, nell'8 1, dà vita, in collaborazione con L'Icim Factoring l'I.M.I., all'ICIM FACTORING: ma, in seguito, la scarsa propensione delle Casse ad utilizzare tale strumento, farà sì che la partecipazione Iccrea venga dismessa. Cresce, invece, la propensione dei risparmiatori a diversificare gli investimenti e le Casse debbono naturalmente adeguarsi.
In partecipazione con altri, l'Iccrea costituisce nel 1985 La società Coogestioni ed i una società per la gestione dei fondi comuni di investi suoi Fondi d'investimento mento mobiliare: la «Coogestioni».
Detta società esordisce lanciando sul mercato il fondo «Aureo», a cui faranno seguito i fondi «Aureo previdenza» ed «Aureo rendita».
Sul piano dei rapporti esterni, il 1981 vede l'adesione della Federazione Italiana e di buona parte delle Casse Rurali all'Associazione Bancaria Italiana (A.B.I.), adesione resa possibile dalle modifiche introdotte al proprìo statuto da detta Associazione. Il fatto è rilevante poiché consente di avviare collegamenti più organici tra il sistema della cooperazione di credito e quello bancario in generale.
Nell'anno 1983 il movimento celebra solennemente il centenario di costituzione della prima Cassa Rurale italiana (Loreggia Padova 20 giugno 1883).
Lieta circostanza dell'anno è rappresentata dall'inizio di operatività della filiale di Milano dell'Iccrea. Negli anni successivi sarà la volta della filiale di Palermo e quindi di Bologna e Firenze.
Dal 1985 in poi divengono cogenti le direttive della Comunità europea in materia di armonizzazione bancaria e conseguentemente anche le Casse Rurali si organizzano per corrispondere alle medesime ed agli adeguamenti introdotti dalla normativa nazionale. Con il graduale instaurarsi di una situazione di «deregulation» cresce la concorrenzialità nel settore del credito. Si intensifica, inoltre, l'attacco portato alle Casse Rurali da determinati ambienti bancari che contestano alle medesime il diritto di giovarsi di alcune agevolazioni fiscali e soprattutto di alcuni meccanismi (utilizzo di titoli) relativi alla riserva obbligatoria. Un gruppo di aziende di credito piccole e medie, specie popolari e circa 20 Casse di Risparmio hanno infatti costituito fin dal 1983 un gruppo di studio, l'Abanco per l'ABolizione di ANomalie e distorsioni COncorrenziali delle Casse Rurali.
L'attacco non si limita ad articoli di stampa ed a convegni di studio, ma si materializza anche in disegni di legge. Il movimento conduce pertanto una intensa azione di informazione e di relazioni esterne verso associazioni bancarie, autorità governative e parlamentari per respingere i pretestuosi attacchi e per chiarire che a fronte di alcuni vantaggi che le cooperative hanno anche in virtù dell'art. 45 della Costituzione, quelle di credito, in particolare, sono soggette, rispetto alle altre aziende bancarie, a notevoli vincoli e limitazioni.
In proposito, il riferimento al vecchio Testo unico del 1937 che delimita la composizione sociale e l'operatività delle Casse è di rigore.
Vengono quindi tenuti ripetuti incontri di studio e convegni in cui si prende in esame la complessità dei problemi costituiti dalla necessità delle Casse di essere competitive sul mercato, nel clima sempre più concorrenziale conseguente alla normativa comunitaria ed alle liberalizzazioni operate dalla Banca d'Italia, pur mantenendo intatte le originali caratteristiche mutualistiche e cooperative e, purtroppo, in presenza del vecchio Testo Unico.
A tal fine, un esame approfondito viene espressamente svolto al Convegno di Cefalù (1987) avente per tema «La legislazione delle C.R.A. Cinquant'anni di Testo unico: il presente ed il futuro». Vi partecipano, con i dirigenti ed i quadri del movimento, studiosi, esperti e dirigenti della Banca d'Italia.
Il problema è tuttora aperto, e la categoria ne tiene viva l'attenzione nell'intento di pervenire a soluzione, sensíbilizzando in proposito autorità di governo e legislative.
Al suo interno, intanto, il movimento realizza un'al Il Fondo integrativo di tra istituzione importante per la categoria. Nel 1987 viene costituito dalla Federcasse il «Fondo integrativo di previdenza per il personale delle C.R.A.».
L'anno successivo sorge per le Casse un serio problema tributario. Diviene controverso il principio della agevolazione fiscale nel caso in cui lo Statuto della Cassa preveda la destinazione del residuo utile a fine di mutualità e beneficenza.
Il movimento si impegna in una intensa azione mirante ad ottenere una positiva definizione del problema che, finalmente, giunge con l'emanazione del decreto legge 2 marzo 1989, 69, convertito in legge nell'aprile successivo.
Nel novembre dello stesso anno, al Palazzo dello Sport 75 della Federcasse e di Roma, alla presenza di autorità di governo, politiche 700 della Conficooperative
1987: il Convegno di Cefalù sulle modffiche al T. U. C. R. A. e di categoria e con la partecipazione di diecimila cooperatori, la Federcasse e la Confcooperative celebrano rispettivamente il 75' ed il 70<' anno di fondazione.
La concorrenzialità a livello nazionale e, gradualmente, a livello internazionale investe in modo sempre più accentuato il mondo bancario. La risposta delle aziende di credito non può che basarsi sul miglioramento della qualità e dell'efficenza dei servizi. In proposito, acquista crescente importanza l'economia di scala. Molte aziende la cercano nelle concentrazioni e nelle fusioni. Le Casse Rurali, per salvaguardare la loro natura cooperativa hanno giustamente scelto da tempo la via della solidarietà di gruppo, un «gruppo integrato e polifunzionale».
Ora è divenuto vitale realizzarlo compiutamente e renderlo funzionale per consentire alle Casse, necessariamente di dimensioni limitate per ragioni di democrazia societaria e di aderenza al territorio, di essere al tempo stesso all'altezza delle grandi.
In un convegno nazionale, che si tiene a Fiuggi nel giugno del 1990, ìl movimento si interroga sulle ragioni del ritardo della piena funzionalità dei «gruppo integrato polifunzionale», sui modi per eliminare gli inconvenienti e concorda sulla necessità di accelerare il processo di integrazione nella chiarezza delle funzioni e dei ruoli dei vari organismi e delle varie articolazio~ ni; in primis della Federazione italiana delle C.R.A. e dell'Istituto di credito delle C.R.A.
Alla Federcasse viene pertanto affidato il compito di guidare e portare avanti con decisione il processo di adeguamento e di ristrutturazione del «gruppo».
Il 6 giugno 1991 si svolge una assemblea straordinaria della Federcasse nel corso della quale vengono apportate ulteriori parziali modifiche al relativo Statuto, per consentire alle Casse Rurali una maggiore partecipazione ai processi decisionali degli organismi.
Agli inizi del 1992 le Casse Rurali sono in totale 716 con 1.860 sportelli e 360 mila soci. Sono diffuse in tutto il territorio nazionale, anche se in modo difforme.

Il 50% è ubicato in Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia, Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia; il 41% in Toscana, Emilia Romagna, Marche, Lazio, Umbria, Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria; il 9% in Sicilia e Sardegna.

Tratto da "Appunti di storia della cooperazione di credito" edito da ECRA.

 


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