1-
Quando oggi parliamo di cooperazione usiamo i termini di
«movimento» cooperativo, di «sistema»
cooperativo, di «progetto» cooperativo, come ama definirlo
Henry Desroche, uno dei più illustri teorici della
cooperazione, oppure di «utopia» cooperativa secondo
l'espressione di chi colloca il fenomeno tra i tanti sogni
irrealizzabili della organizzazione sociale.
Personalmente
preferiremmo attenerci al termine «movimento» perché
la «cooperazione» sta ancora proseguendo nel suo cammino
di inserimento, occupando spazi sempre maggiori, tra i sistemi
capitalista, neocapitalista e quello collettivista ormai in netto declino.
Se
diverrà, in questo suo cammino, la «terza via» o se
raggiungerà lo stadio della «repubblica cooperativa»,
come vagheggiava il filosofo Gide, resta ancora da vedere.
Per
quanto riguarda più in particolare le Casse Rurali ed
Artigiane il termine di «movimento» è andato via via
modificandosi con quello di «gruppo» per chiarire meglio
l'assetto operativo e dare significato al concetto di
«impresa» accanto a quello dei valori etici.
2-
Saremmo tentati di ricercare una qualche ragione misteriosa e
poetica alla nascita della cooperazione. Ma purtroppo la sua nascita
non fu né grande né poetica: nacque invece dalla
miseria e dal bisogno umano, nacque come atto di difesa delle classi
più povere e disagiate, nacque da quel proletariato oppresso e
senza speranze che la società umana produsse come tributo alla
trasformazione della società agricola in quella industriale.
E'
in Inghilterra che troviamo i primi esempi di una forma di
autodifesa o di mutuo aiuto che verrà poi definita con il
termine di «cooperazione».
La
storia ci ricorda i primi modesti tentativi dei lavoratori dei
cantieri marittimi di Woolwich e Chatham per la gestione in comune di
un mulino per la macinazione del grano (anno 1760) e dei tessitori di
Fenwich per l'acquisto in comune di macchinari (1761) e pochi anni
dopo (1769) per l'acquisto collettivo di derrate alimentari.
Non
sono certo questi i primi esempi di collaborazione umana, ma
prendiamo le mosse da questi esempi perché è in
questo'periodo che trova le sue radici quella prima forma di
socialismo utopistico che influenzò largamente la nascita del
movimento cooperativo.
Né
è possibile individuare con chiarezza la matrice ideologica
della cooperazione: prima della ideologia era in fondo già
comparsa la cooperazione stessa.
E'
con Robert Owen che troviamo, accanto ad alcune esperienze pratiche,
una prima elaborazione teorica.
Siamo
agli inizi del 1800 quando Owen, proseguendo l'opera del suocero
Dale e preoccupandosi per lo stato di miseria degli operai delle sue
fabbriche tessili, tenta il primo esperimento di conciliare lo
sfruttamento del proletariato con forme di assistenza che gli operai
stessi si autogestivano in forme associate. Owen realizza
l'esperimento della «New Lanark Mill Comunity» ristornando
parte degli utili delle sue tessiture a favore della comunità
per una gestione comune di alcuni servizi (scuole, mense, lavanderie, ecc.).
Non
siamo però ancora alla forma cooperativa; la produzione era
gestita secondo i più ortodossi principi capitalistici, anche
se in modo più umano.
La
visione utopistica sociale di Owen troverà poi il suo
compimento e il suo fallimento nella fondazione di «New
Harmony», nell'Indiana, dove tentò di costruire una
comunità non affetta da genesi acquisitiva e non contaminata
dal capitalismo.
Erano
comunque queste le prime oscure radici della cooperazione che
porteranno dopo pochi decenni alla nascita della forma cooperativa.
Dobbiamo
qui ricordare il Dott. William King, animatore di una prima sia pur
vaga forma cooperativa attraverso il suo giornale «II
Cooperatore», termine che servirà poi a definire il
nostro movimento e che un esiliato francese, il giudice Joseph Rey di
Grenoble importerà poi nel continente. Le parole
«cooperazione» e «cooperative» verranno da allora
usate per indicare un certo tipo di società che, staccandosi
dalle radici del pensiero utopistico, divengono le prime esperienze
pilota del movimento cooperativo.
La
prima vera esperienza la troviamo ancora in Inghilterra, a Rochdale,
dove nel 1844 per opera di 29 soci nasce la prima cooperativa di
consumo, la «Rochdale Society of Equitable Pioneers».
L'esperimento di questi «probi pionieri» fu in sé
cosa modesta e di breve durata. Ma assume rilevante importanza per la
storia del movimento cooperativo perché dettò alcuni
principi destinati a influenzare profondamente il movimento cooperativo.
La
società era aperta a tutti ed aveva un controllo democratico:
un solo voto per ogni socio; aveva a base la neutralità
politica e religiosa, destinava un dividendo limitato sul capitale
(5%) in quanto aveva il solo compito di fornire un servizio e si
prefiggeva, accanto alla gestione di un servizio, quello della
educazione cooperativa.
In
questo stesso periodo anche in Francia si tentaro Socialismo
utopistico e prime no diversi esperimenti sociali che possiamo
collocare ne forme cooperative in Francia gli schemi del socialismo
utopistico e delle prime forme cooperative.
Ricorderò
quelli di Frances Bouchez che promosse, tra il 1830 e il 1840, forme
di associazioni cooperative tra mobilieri e orafi. Furono i primi
esempi di cooperative di lavoro o di consorzi.
Louis
Blanc, nel 1848, per alleviare la grave disoccupazione derivante
dalla profonda crisi economica dell'epoca che anche allora colpiva in
modo particolare i giovani, sollecitava al governo una legge per la
creazione di laboratori, su base nazionale, da gestirsi in forma
cooperativa. Anche oggi, in questo campo, non stiamo scoprendo nulla
di nuovo.
Nasce,
sempre in questo travagliato periodo, l'idea di una «Banca del
Popolo». Fu Pierre Joseph Proudhom. che nel 1848 ne propose
l'istituzione. Oggi ricordiamo il Proudhom per una frase diventata
celebre, quella che Aa proprietà è un furto», ma
non come il pioniere di una prima «banca» popolare che, se
sul piano pratico fu un completo fallimento, introdusse però
alcuni principi destinati ad influenzare il futuro credito popolare.
Un
breve cenno va fatto anche a Charles Gide, fondatore di quella che
è ricordata come la «Scuola di Nimes» che ha segnato
una tappa fondamentale nella storia della dottrina cooperativa.
Gide,
che conosceva la cooperazione soprattutto attraverso le idee di
Saint Simon e Fourier, vagheggiò addirittura una
«repubblica cooperativa» in cui il sistema doveva
coinvolgere tutta la vita economica dando vita ad un regime
economico, dalla produzione al consumo, in cui il profitto doveva
essere totalmente bandito.
Erano
costruzioni utopistiche che apparentemente non portarono allora a
risultati sul piano pratico. Ma vogliamo ricordare, a questo
riguardo, parafrasando il pensiero di Andrè Gide, romanziere e
pronipote del filosofo e sociologo di Nimes, che spesso l'utopia
è la «porta stretta» attraverso la quale si giunge
alla realtà.
Prima
di parlare di questa «realtà» desideriamo ricordare
altri precursori per dare un quadro, ovviamente del tutto sommario,
del periodo di gestazione del nostro sistema.
Anche
in Belgio, Frangois Haeck, tenta contemporaneamente a Proudhom
(1848) un primo esperimento di una banca tra il popolo, a base
cooperativa, senza però alcun risultato. Da lui derivò
il termine di «credit union», oggi utilizzato per definire
il sistema di credito cooperativo diffuso particolarmente negli Stati Uniti.
Haime
Huber, ardente luterano, tentò di creare una nuova
comunità fondata sulle riforme economiche che dovevano avere
però come base esclusiva lo spirito di amore cristiano. Aveva
pubblicato le «lezioni sulla soluzione dei problemi sociali»
tra le quali ricordiamo «Cosa può fare una associazione
per i prestiti» e «Unioni di Credito e Unioni per i prestiti».
Le
sue motivazioni, più che economiche, erano esclusivamente
etiche e religiose: gli uomini dovevano lavorare per il bene comune e
non per se stessi. Non credeva però alla possibilità
che le azioni caritatevoli e filantropiche potessero risolvere i
problemi sociali: credeva nel movimento cooperativo che doveva
realizzarsi attraverso il sistema dell'auto aiuto. Huber non si
occupò mai di realizzazioni pratiche. I suoi scritti ebbero
però larga influenza in Germania.
Ed
è proprio in Germania che il movimento cooperativo esce dalla
fase utopistica per fare i primi passi nel campo pratico.
Inizia
verso il 1850 l'opera dei due maggiori pionieri del movimento
cooperativo di credito: Herman SchulzeDelitzsch e Federico Guglielmo Raiffeisen.
Lasceremo
qui ora la breve storia che abbiamo tracciato del più vasto
mondo della cooperazione per trattare, ovviamente in forma sommaria,
dei lineamenti storici del sistema dei credito cooperativo.
3
- Il quadro economico e sociale in cui inizia l'opera dello Schultze
e di Raiffeisen è quello di profonda crisi del periodo attorno
al 1848. L'ambiente sociale è diverso, sia pure coinvolto
dalla stessa crisi di profonda depressione economica: è quello
urbano per lo Schulze e quello della campagna per il Raiffeisen.
Entrambi occupavano cariche pubbliche, deputato all'Assemblea
Nazionale prussiana il primo, e borgomastro prima a Weyerbusch, poi a
Flammersfeld e a Heddelsdorf il secondo. Erano quindi a diretto
contatto con le tristi condizioni economiche del popolo, in posizioni
di diretta responsabilità.
Le
condizioni della popolazione, già precarie, erano state
ulteriormente aggravate dai cattivi raccolti agricoli delle annate 1846/47.
Il
primo tentativo di Schulze nel campo sociale fu rivolto a combattere
la fame: l'affitto di un mulino e di un forno con acquisto in comune
del grano. Poiché viveva in un ambiente urbano cominciò
anche ad interessarsi delle sorti dei piccoli imprenditori,
costituendo una prima società cooperativa tra gli artigiani
per l'assicurazione contro le malattie e la morte, a cui fece seguito
una cooperativa di acquisto di materie prime tra calzolai.
Questi
primi esperimenti e le difficoltà incontrate lo convinsero
presto della necessità e della importanza della ricerca delle
fonti di credito. Nel 1850 fonda quindi una prima cooperativa di
risparmio e di prestito, adottando la formula della
responsabilità limitata e raccogliendo i fondi da elargizioni,
da prestiti di promotori senza interessi e solo in parte da
versamenti dei soci. Tale formula risultò errata, anche per la
presenza tra i promotori di persone facoltose, mosse sì da
impulsi caritativi ma poco disposte ad arrischiare il loro denaro di
fronte alle difficoltà. L'insuccesso della prima iniziativa lo
indusse a modificare la formula adottando quella della
responsabilità illimitata e dei maggior impegno diretto dei
soci. Una seconda cooperativa fondata a Eilenburg ebbe quindi maggior
successo: i mezzi venivano forniti dai soci, mediante il versamento
di un piccolo capitale, con quote rateali, dai risparmi dei soci e
ricorrendo, per la parte mancante, a prestiti contratti con altre
istituzioni finanziarie sulla base della responsabilità
solidale dei soci.
Il
credito non veniva fatto al consumo, ma solo alla produzione. I
prestiti erano basati sulla persona, sulla sua capacità ed
onestà, e non su garanzie collaterali. Erano in genere
avallati da altri due soci e avevano una durata di tre mesi. Un altro
principio adottato dallo Schulze era che la società doveva
essere aperta a tutti quelli che avevano bisogno di credito, senza
riguardo alla professione o alla classe sociale. Adottò il
principio del voto unico per ogni socio, ponendo alla base, come
autorità suprema, l'assemblea dei soci che eleggeva
annualmente un consiglio di amministrazione formato dal presidente,
dal tesoriere, dal segretario e da nove consiglieri. Più tardi
introdusse negli organi sociali il «comitato esecutivo»
eletto tra il consiglio, al quale rimasero i poteri di controllo e di
supervisione mentre il «comitato» si occupava della reale
conduzione della società.
Nascevano
così quelle cooperative di credito che presero poi il nome di
«Banche Popolari».
Nella
sua attività Schulze era mosso solo da principi economici.
Non
ebbe programmi di elevazione morale né tantomeno intendeva
interferire nella condotta etica e morale dei soci. Solo una sana
economia doveva presiedere alla vita della società. Era un
protestante che aveva inteso in senso pratico la «parabola dei
talenti». Ai soci insegnava che in fondo, per vincere il
capitalismo, il proletario doveva risparmiare, lavorare e convertire
quindi se stesso in un capitalista. Vedremo più avanti la
grande differenza dello spirito, delle opere e delle iniziative del Raiffeisen.
Dopo
i primi successi delle sue associazioni di credito, lo Schulze nel
1853 iniziò una vasta opera di propaganda, girando di
città in città per fondare piccole «banche
popolari». Ebbe vasta fortuna in questa sua opera: già
nel 1859 si contavano 183 banche, con 18.000 soci in Pomerania e in
Sassonia. Si dedicò successivamente a migliorarne
l'organizzazione, istituendo un primo ufficio centrale, a seguito del
primo congresso (1859), che si trasformò presto in una
organizzazione permanente. Schulze insisteva però sul fatto
che malgrado l'evoluzione della organizzazione centrale ciascuna
banca cooperativa doveva essere autonoma nelle sue funzioni.
Mentre
Schulze diffondeva la sua opera negli ambienti urbani, Raiffeisen
aveva iniziato ad operare nelle campagne. Anch'egli cominciò,
per combattere la fame, con una prima cooperativa per
l'approvvigionamento di pane e patate e con un forno di
proprietà dei soci. Diede quindi vita ad altre forme di
associazione che non avevano però ancora assunto la vera forma
cooperativa, ma erano in larga parte sostenute dallo spirito
caritativo dei promotori. Questo però non soddisfaceva lo
spirito profondamente cristiano del Raiffeisen. Egli desiderava che i
lavoratori si elevassero, sia dal punto di vista economico che
morale, indipendentemente da ogni forma di patronato delle classi
più ricche, che divenissero loro stessi gli artefici del
miglioramento delle condizioni di vita. Continuò quindi a
modificare la società che aveva fondato ad Heddelsdorf , come
fondazione caritativa (1854) finché, basandosi sul modello
già sperimentato dallo Schulze, diede alla società uno
statuto (1869) che trasformava la società in una vera e
propria cooperativa di credito.
Pur
avendo adottato il modello Schulze, lo spirito che animava tali
cooperative di credito che, come sappiamo, presero poi in Italia e in
altre parti d'Europa il nome di Casse Rurali, era profondamente
diverso. Al di sopra delle ragioni economiche Raiffeisen insisteva
sulle motivazioni etiche cristiane: quello che importava era il
compimento di un dovere. Per meglio comprendere le motivazioni delle
cooperative di credito create dal Raiffeisen ricorderemo un passaggio
del discorso da lui pronunciato nel 1887 al Congresso di Dusseldorf,
pochi mesi prima di morire: « ... Ma per bene intendere la
missione delle Casse dobbiamo porre gli occhi al nostro fine e
più in là ancora, alla eternità. Noi sappiamo
pure che la nostra vita quaggiù altro non è se non una
preparazione a quel conto supremo che dovremo rendere un giorno
dell'uso che abbiamo fatto di tutti i nostri beni spirituali e
materiali. Dacché esistono le nostre Casse predichiamo
insistentemente che il loro fondamento è il dovere cristiano
... ».
Era
questa, certo, una ben diversa interpretazione della «parabola
dei talenti».
Abbiamo
insistito sulle differenze, sul piano morale, dei concetti circa la
gestione del credito cooperativo tra Schulze e Raiffeisen
perché questo può fornire una delle ragioni, e non
certo la minore, delle differenze che ancora oggi riscontriamo, sia
pure in forma meno evidente, tra il modo di operare delle Banche
Popolari e quello delle Casse Rurali.
Anche
le Casse di tipo Raiffeisen avevano adottato il principio della
società aperta, dei voto unico per ogni socio, la
responsabilità illimitata, la limitazione territoriale, in
genere ristretta alla parrocchia.
Gli
organi sociali erano, come del resto lo sono ancora oggi,
l'Assemblea dei Soci, il Consiglio di Amministrazione e il Collegio
Sindacale; tutti prestavano la loro opera a titolo volontario e senza
remunerazione. Solo il segretario cassiere che lavorava a tempo pieno
riceveva un compenso.
Le
cooperative di credito Raiffeisen crebbero prima lentamente, ma dopo
il 1880 cominciò la loro rapida espansione tanto che alla
morte del Raiffeisen (1888) erano già 425.
La
loro diffusione in Germania ebbe maggior successo di quello delle
Banche Popolari. Ricorderò, solo per dare un ordine di
grandezza al fenomeno, che nel 1913, prima dello scoppio della prima
guerra mondiale, avevano raggiunto il numero di 16.927, mentre quelle
«popolari» dello Schulze erano arrivate a 980. Queste
«cooperative di credito» si diffusero rapidamente in tutta
l'Europa e, all'inizio del 1900, pur assumendo forme diverse,
cominciarono a diffondersi anche in America.
Facciamo
qui un breve accenno, a titolo di memoria e per completare il quadro
delle forme di credito cooperativo, alle «Casse Popolari» e
alle «Unioni di Credito» («Credit Unions»).
All'inizio
del 1900, un fervente cattolico, Alphonse Dejardins fonda a Levis,
in Canada, la prima «Caisse Populaire» fondendo i principi
dello Schulze e di Raiffeisen. Scompaiono quindi le differenze tra
associazioni di credito urbane e rurali, mentre viene accettato il
principio della responsabilità illimitata in quanto la
situazione sociale era diversa; viene riconfermato il principio della
zona operativa limitata.
Lo
spirito che anima le «Caisses Populaires», oggi largamente
diffuse in tutto il Canada, è quello profondamente cristiano
del Raiffeisen.
Negli
Stati Uniti fu Edward A. Filene di Boston promotore del sistema di
credito cooperativo. Era un commerciante ebreo, pervaso da profondi
sentimenti umanitari. Fondò la sua prima «Unione di
Credito» nel 1909 a Manchester, nel New Hampshire. Tali
«Unioni» dovevano essere, oltre che aziende di credito, dei
centri di riforma umanitaria e filantropica, dove la gente lavorando
assieme, poteva risolvere i propri problemi di credito. Operavano
esclusivamente con i propri soci. Ebbero una vastissima diffusione
tanto che nel 1970 si contavano negli Stati Uniti ben 23.400
«Credit Unions». Si vanno oggi rapidamente diffondendo
anche al di fuori dell'America, particolarmente in Asia e in Africa.
Le
origini della cooperazione 4 Abbiamo tracciato un quadro sintetico
della nadi credito in Italia scita del sistema di credito cooperativo
e dei suoi principi, trascurandone il suo sviluppo che pur
meriterebbe una più approfondita trattazione.
Ci
è servito come premessa all'analisi dello sviluppo del
movimento del credito cooperativo in Italia.
Questa
sarà limitata ad una breve sintesi storica delle sole Casse
Rurali, che per ragioni di spazio, comprenderà il periodo dal
1880 al 1991.
Divideremo
i primi 30 anni in due distinte fasi: la prima che vide sorgere le
prime Casse, cosiddette «neutre», e che ebbero come
promotore Leone Wollemborg, e la seconda, quella delle Casse «cattoliche».
Lo
spirito profondamente cristiano del Raiffeisen e la sua
adattabilità alle condizioni di vita dei nostri paesi di
campagna ove la vita in comune e lo spirito di «campanile»
avevano conservato una unità culturale, furono le premesse per
un trapianto nel nostro paese delle esperienze tedesche.
Nella
seconda metà dell'800, dopo l'unità d'Italia, si
assisteva ad un notevole risveglio dell'agricoltura con il derivante
insorgere del bisogno di credito.
Accenneremo
solo, perché riteniamo siano note, alle difficoltà che
allora incontravano i contadini per avere accesso al credito, al
fiorire dell'usura, al grave stato di indigenza delle popolazioni dei
campi ed al loro lento affrancarsi da antichi sistemi di vita che
affondavano le loro radici in lunghi secoli della passata storia.
Anche
in Italia troviamo ben poche fonti di studi teorici che precedettero
il sorgere delle Casse Rurali. Ricorderò solo l'opera del sen.
Alessandro Rossi con il suo scritto «Del credito popolare delle
odierne associazioni cooperative» (1880) e del prof. Keller,
autore di una «Monografia sulle condizioni dei contadini nel
Veneto e le associazioni delle Casse di Anticipazione» (1882).
La
prima attuazione pratica, con il trasferimento in Italia del sistema
delle Casse di tipo Raiffeisen, fu opera di Leone Wollemborg che, nel
1883, fonda a Loreggia, in provincia di Padova, la prima Cassa Rurale.
Era,
il Wollemborg, un grosso proprietario terriero, che raccogliendo
attorno a sé i primi 32 soci, dà vita ad una prima
cooperativa di credito, alla quale fa seguito nel 1884 quella di
Cambiano di Castelfiorentino, tuttora esistente, e nello stesso anno
quella di Trebaseleghe (Padova).
Il
Wollemborg, visti i buoni risultati delle prime esperienze, inizia
una larga opera di propaganda. Nel 1887 le Casse Rurali erano
ventisette e Wollemborg, come mezzo di diffusione dei suoi principi
fonda a Padova il primo giornale «Cooperazione Rurale». Nel
1886 si costituisce a Milano un apposito comitato per la diffusione
delle Casse Rurali in Lombardia che pubblica un primo
«manuale» per la costituzione e la gestione delle Casse.
I
buoni risultati delle «Rurali» suscitano i primi echi
favorevoli in Parlamento: l'on. Cavalletto, nella seduta del
12.2.1886, ebbe parole di elogio a Montecitorio per le Casse Rurali.
Due anni dopo nell'aula parlamentare si ebbe modo nuovamente di
rivolgere un plauso alle Casse Rurali e lo stesso Ministro Grimaldi
si complimentò per l'opera di queste istituzioni.
Riferiamo
questi episodi, in sé di scarso rilievo, soltanto per
ricordare che anche oggi, a distanza di quasi un secolo, stiamo
attendendo che dalle nostre Camere esca qualcosa di più
concreto degli assensi e dei plausi alle nostre Istituzioni.
Il
diverso sviluppo che ebbero le istituzioni di Credito Cooperativo
nel resto dei Paesi Europei è in larga parte da attribuire
alle più attente norme legali che assistettero il formarsi dei
sistemi sin dalla loro origine.
Lo
sviluppo delle Casse continuò rapidamente, non certo per
opera degli elogi, ma per la propaganda del Wollemborg che, nei paesi
di campagna, trovò entusiasti collaboratori principalmente nei
sacerdoti, nei medici, nei segretari comunali e nei maestri.
Ricorderemo
l'entusiasmo di Don Federico Fiorenza, curato di Sovramonte, piccola
borgata del Feltrino, che sull'esempio di Loreggia fondò nel suo
paese ben 5 Casse Rurali, 7 Latterie sociali, 5 granai cooperativi e
una cooperativa di Lavoro. Era la piccola «repubblica
cooperativa» sognata da Gide.
Nel
gennaio 1888 Wollemborg fonda, a Padova, la prima Federazione delle
Casse Rurali, alla quale aderivano 51 Casse, che avevano come scopo
il collegamento delle istituzioni in un'unica rappresentanza, la cura
e la difesa dei loro interessi e la promozione della loro diffusione.
Per
la fama raggiunta ed i meriti acquisiti, il Wollemborg venne eletto
deputato e fece una rapida carriera politica fino a diventare
ministro. Ma cessò la sua opera di attivo protagonista. Con il
1891 possiamo ritenere chiuso questo primo capitolo.
Inizia
l'opera delle Casse Rurali cattoliche. In quegli anni le tensioni
sociali erano andate sempre più aggravandosi, mentre prendeva
corpo il movimento cristianosociale per il quale la questione sociale
non poteva essere risolta con la violenza ma con l'amore.
La
cooperazione diventava quindi per i cattolici lo strumento ideale di
lotta, anche perché non si collocava in posizione antagonista
nei confronti della famiglia, della proprietà e della
libertà individuale.
Inizia
un periodo di critica e di polemiche con il Wollemborg al quale si
addebitava di avere trapiantato in Italia le esperienze di Raiffeisen
come semplici e pure istituzioni economiche dimenticando la parte
religiosa e morale.
Wollemborg,
che era israelita e ben conosceva la situazione italiana, era invece
assertore convinto della necessità per le Casse di una
rigorosa neutralità religiosa, mentre, per i cattolici, un
movimento essenzialmente di spirito cristiano non poteva che essere
condotto avanti dai cattolici stessi. Il principio della
responsabilità illimitata posto a base delle Casse
presupponeva, per di più, un completo clima di fiducia
reciproca che mal si addiceva alle aspre lotte allora in corso tra
cattolici e liberali. Venne quindi ritenuto prudente o addirittura
indispensabile per il buon andamento delle Casse chiudere le porte ad
ogni controversia adottando il principio della confessionalità,
accettando solo i soci di provata fede cattolica. Del resto,
asserivano i cattolici, la Cassa Rurale era una associazione
volontaria e quindi il principio della confessionafità non
appariva affatto discriminatorio.
E'
in questo clima di polemiche che nasce a Gambarare, nel Veneto, nel
1890, la prima Cassa Rurale «cattolica».
Del
resto anche all'estero, in questo periodo, il principio della
confessionalità era stato posto a base della salvaguardia dei
principi cristiani delle Casse Rurali. In Germania le Casse
Raiffeisen erano guidate dal clero. Nel Belgio, dove l'abate
Mellaerts era posto a guida del movimento, le Casse adottavano uno
statuto che stabiliva come principio che i soci dovevano riconoscere
come basi della società la religione, la famiglia e la
proprietà privata.
In
Francia lunghe controversie avevano diviso il movimento dando vita a
due distinte organizzazioni: il «Centre
Fédératíf» laico con 30 Casse aderenti e
l'«Unione des Caisses Rurales et Ouvrières»
cattolica con 700 casse aderenti.
A
Gambarare, per tornare alla storia di casa nostra, la lunga disputa
in seno al consiglio della Cassa tra liberali e cattolici aveva visto
la vittoria di questi ultimi. Ne era stato parte attiva un giovane
sacerdote, don Luigi Cerutti. Dotato di una attività
portentosa e di facile parola, riuniva in sé tutte le
qualità per diventare l'apostolo della nuova idea. E lo divenne.
L'enciclica
«Rerum Novarum» di Leone XIII, nel 1891, sollecitava i
cattolici all'azíone sociale. Partecipando, nel settembre del
1891, alla riunione dell'Opera dei Congressi e Comitati Cattolici che
si teneva a Vicenza, Don Cerutti si fece fervente propagandista
dell'idea delle Casse Rurali, alle quali sino a quel momento l'opera
dei congressi non aveva dato alcun peso, mettendone in rilievo i
vantaggi economici, morali e religiosi, dimostrando la convenienza e
la necessità che i cattolici prendessero l'iniziativa di tale
tipo di associazione nel campo rurale. Le proposte di Don Cerutti ven
Don Cerutti nero accolte e da quel momento l'opera delle Casse Rurali
entrò ufficialmente nel campo cattolico.
Subito
dopo, nel 1892, sorge a Montebelluna la seconda Cassa Rurale
Cattolica e in una adunanza diocesana, a Treviso, si decide la
costituzione dei comitati di propaganda delle Casse Rurali.
Nell'ottobre dello stesso anno, al Congresso di Genova, Don Cerutti
presenta le prime 18 Casse Cattoliche, cominciando quindi, su larga
scala, i suoi viaggi di propaganda. Due anni dopo, al Congresso di
Roma, le Casse sono 69 e viene lanciata la proposta della creazione
di una «Cassa Rurale Cattolica di Depositi e Prestiti» in
ogni parrocchia.
Anche
il Ministero dell'Agricoltura comincia ad interessarsi, in forma
più concreta, di queste istituzioni. Nell'anno 1894 viene
nominata una commissione di studio, della quale fa parte anche il
Wollemborg. La Commissione si esprime in forma favorevole alla
diffusione delle Casse formulando alcune proposte al Ministero.
Si
chiede che gli Istituti di emissione concedano alle Casse speciali
condizioni di favore (tassi agevolati e anticipazioni a lunga
scadenza), che ne venga favorita l'opera di diffusione, che si
modifichino le norme di legge vigenti, alleggerendo le
formalità burocratiche che ostacolavano lo sviluppo,
eliminando gli oneri fiscali ingiustificati e che la loro gestione e
la contabilità siano sottoposte a periodiche ispezioni
possibilmente però tramite una organizzazione autonoma federale.
Le
proposte rimasero tali. Il movimento delle Casse Rurali cominciava
però ad acquistare una impronta di quasi ufficialità.
Tengono, nel 1895, il loro primo congresso a Cuneo che nelle
conclusioni finali ribadisce gli stessi concetti: che sia sancito il
principio della loro libera costituzione sotto un'unica denominazione
sociale e senza obbligo di conferimento da parte dei soci; che siano
rese facili e non onerose le formalità relative alla loro
costituzione; che siano definiti i benefici fiscali; che venga resa
obbligatoria la revisione periodica preferibilmente in forma autonoma
tramite organismi federali.
Ma
intanto le Cancellerie dei Tribunali frapponevano ostacoli alla
omologazione degli statuti delle Casse che si andavano via via
costituendo, asserendo che, mancando nelle loro norme quella del
raggiungimento del lucro, erano in contrasto con la legge allora
vigente sulle società commerciali.
Si
erano andati però formando centri di coordinamento e
sorgevano le prime federazioni, con appositi collegi di legali per la
loro tutela contro le difficoltà giuridiche sollevate dai Tribunali.
Al
congresso di Torino, sul finir del 1895, erano ormai oltre 500 e si
delibera la costituzione di una «Unione Generale» che
doveva raggruppare le Casse che dal Veneto e dalla Lombardia si erano
andate diffondendo in diverse regioni (Emilia Toscana Piemonte
LiguriaLazio Sicilia). L'iniziativa, dato il diffuso spirito
regionalistico, ebbe scarso successo. Come del resto ebbe poco
successo la fondazione, nel 1896, a Parma della prima «Cassa
Centrale», alla quale aderirono solo un centinaio di Casse Rurali.
Ma
se mancava lo spirito aggregativo verso la costituzione di un centro
che potesse fungere da sostegno finanziario alle Casse, larga fu
l'opera di aiuto delle Banche Cattoliche che andavano sorgendo nei
centri urbani e che mettevano fondi a disposizione delle Casse a
basso tasso di interesse lasciando però alle Federazioni il
compito di distribuire tali fondi.
Purtroppo
con il passare degli anni le Banche Cattoliche, che operavano in
città e quindi facilmente allettate dall'idea del guadagno,
finirono per scordare questo loro compito o addirittura trasformarono
le Casse, a loro legate, in propri sportelli. Fenomeno questo che
meriterebbe di essere più attentamente studiato.
Abbiamo
accennato alle Federazioni la cui costituzione ed il cui
rafforzamento erano favoriti anche dalle Banche Cattoliche che, come
abbiamo visto, tenevano per il loro tramite i rapporti con le Casse
Rurali. Dopo la prima sorta a Padova nel 1888 ad opera del Wollemborg
(51 Casse aderenti), sorsero quella di Treviso (1894, con 61 Casse),
quella di Milano (1894, con 15 Casse), quella di Alba (1895, con 5
Casse), quella di Vicenza (1895, con 52 Casse), quella di Bergamo
(1896, con 66 Casse), quella di Brescia (1896, con 13 Casse).
Ricorderemo
ancora brevemente, per non dilungarci su tale argomento, quelle di
Adria, di Udine, di Bologna e di Parma, tutte nel nord d'Italia.
Nel
sud la regione più attiva fu la Sicilia. Non possiamo qui non
fare almeno un accenno al nome di Don Sturzo. La sua opera, nel campo
delle attività sociali cattoliche, non solo nell'ambito
regionale ma ancor più in quello nazionale, merita una
trattazione a parte che, in questa relazione, dobbiamo purtroppo trascurare.
Intanto,
nel 1896 si era celebrato il Congresso di Fiesole. Le Casse Rurali
erano oltre 700, di cui 532 quelle cattoliche. La loro diffusione
aveva raggiunto la Toscana, gli Abruzzi, la Sardegna e la Calabria.
Nel 1897 superavano le 900 unità, di cui 779 di ispirazione
cattolica e 125 cosiddette «neutre» e di ispirazione
liberale. Nel frattempo però circa una quarantina si erano
sciolte o perché, trascorso il primo quinquennio di vita, non
godevano più di esenzioni fiscali (peraltro limitate al solo
bollo e registro) o per la impossibilità di reperire fondi,
oppure per la mancata registrazione da parte dei Tribunali. Le
diverse Federazioni, che allora erano diocesane, si erano date una
prima struttura organizzativa, per lo più con un primo nucleo
di ispettori e di tecnici per l'assistenza. Per la propaganda, si
servivano in genere di
un
organo di stampa. Ricorderò al riguardo «La vita del
popolo» per quella di Treviso, il «Campanone» per
quella di Bergamo, «Il Popolo Cattolico» per quella di
Milano, la «Cooperazione Rurale» per quella di Padova;
«La Gazzetta d'Alba» per la Federazione di Alba, «La
Voce del Popolo» a Brescia, «L'Operaio Cattolico» a
Vicenza, «La Cooperazione Cattolica» a Verona, «La
Cooperazione Popolare» a Parma. Ho citato le testate di alcuni
giornali per dimostrare quanto fosse allora attiva l'opera di
diffusione dei principi delle Casse Rurali e come le testate stesse
fossero l'indicazione dei loro programmi.
Nel
1905, in attuazione delle deliberazioni adottate nel corso del
Congresso Cattolico di Brescia viene fondata la Federazione Italiana
delle Casse Rurali. Di fatto però inattiva fino al 1914 per
iniziare in Bologna dal 1914 la sua attività con la nomina di
un nuovo Consiglio. Le adesioni all'inizio furono piuttosto modeste:
675 su 2.000 Casse esistenti e 20 Federazioni locali su 50.
Al
momento della sua ricostituzione la Federazione Italiana si
preoccupò anzitutto di favorire lo sviluppo delle Federazioni
locali, quali elementi indispensabili della organizzazione. Venne
studiato un loro statuto uniforme perché potessero assumere
una funzione revisionale e rivestire con questa una autorità
che potesse essere riconosciuta dallo Stato.
La
costituzione legale delle Federazioni doveva rendere obbligatori, e
quindi stabili, i rapporti che sino ad allora erano stati liberamente
e volontariamente contratti tra Federazioni locali e le Casse con
scarsi risultati pratici sulla efficienza della organizzazione.
Si
sperava addirittura che questo primo passo per dare stabilità
ai rapporti potesse favorire l'avvento di una legge sulla revisione
obbligatoria, affidata naturalmente alle Federazioni che avrebbero
inoltre assunto un nuovo ordine di funzioni, compresa
l'attività finanziaria, prevista dall'art. 13 dello Statuto
proposto («... la Società può fare qualsiasi
operazione di banca, rigorosamente escluse quelle aleatorie ... »).
Solo
poche Federazioni adottarono il nuovo Statuto che, per gli obblighi
che conteneva, veniva ad urtare contro le tradizioni e il localismo
ormai fortemente radicati, mentre, per gli interessi che veniva a
toccare, si poneva decisamente contro i rapporti precostituiti tra le
Casse Rurali e Banche locali.
Comunque,
la crescita delle Casse andò accelerandosi di anno in anno:
se ne contavano 1.650 nel 1912, oltre 2.000 nel 1913.
Nel
periodo della guerra del 1915 1918 le Casse Rurali non riducono la
loro attività; anzi, la intensificano per aiutare lo sforzo
produttivo delle popolazioni agricole, indebolito in conseguenza
degli eventi bellici.
Ancor
prima della fine del conflitto, nel settembre del '18, le Casse
Rurali tengono il loro primo Congresso per dibattere quattro temi principali:
a)
i criteri che debbono presiedere all'organizzazione delle Casse Rurali;
b)
i problemi che si porranno nel dopoguerra; c) i problemi agricoli
del Mezzogiorno; d) la disciplina giuridica della cooperazione in agricoltura.
Le
relazioni vengono tenute rispettivamente da Rivigatti, Mangano,
Campilli e Buffetti. Tra le conclusioni, si ricorda l'affermazione di
rendere obbligatoria, per le Casse, l'adesione alla Federazione
nazionale, direttamente o tramite le Federazioni locali; adesione
considerata indispensabile ai fini di una efficiente ed efficace
operatività delle Casse.
Terminata
la grande guerra, nel 1919, avviene, come noto, la grande scissione
nel mondo delle Cooperative. Quelle cattoliche si staccavano dalla
Lega, costituendo la Confederazione Cooperativa Italiana, alla quale
aderisce la Federazione Italiana delle Casse Rurali.
Sono
anni di lotta e di divergenze ideologiche tra la concezione
cristiano sociale della cooperazione e quella di ispirazione
socialista. La prima vede nella cooperazione la via per la
instaurazione di un ordine sociale cristiano, la seconda invece
concepisce la cooperazione come lo strumento per preparare le
condizioni per una collettivizzazione dei mezzi di produzione e della
ricchezza prodotta.
E'
in tale clima che matura il progetto di legge del Ministro del
Lavoro, Labriola, sulla unificazione e la riforma della legislazione cooperativa.
Il
disegno di legge muoveva dal presupposto che per combattere il caro
vita e la speculazione che caratterizzavano il sistema economico e
commerciale capitalista occorreva favorire lo sviluppo della
cooperazione di consumo e di produzione che si proponeva scopi di
utilità collettiva.
Gli
stessi scopi non venivano attribuiti alla cooperazione di credito,
pertanto la medesima non veniva presa in considerazione nel disegno
di legge; disegno che, per altro, non giunse mai ad approvazione.
Intanto
la situazione economica andava progressivamente peggiorando con
conseguenze negative anche sul sistema bancario ed in particolare nei
confronti delle banche minori.
Le
Casse Rurali non fanno eccezione. Già nel loro primo
Congresso nazionale, svoltosi a Roma nel settembre del 1918, era
stato posto l'accento, per la loro difesa, sulla necessità di
una più efficiente organizzazione delle Federazioni locali le
quali dovevano intensificare e rafforzare la loro funzione ispettiva
e porre in liquidazione quelle Casse che non disponevano di adeguati
mezzi tecnici e patrimoniali.
Le
risultanze del Congresso vennero poste all'attenzione del Governo
che si impegnò a tenerle in considerazione. Venne nominata una
Commissione di studio per la riforma della loro legislazione e
concesso un contributo finanziario per il funzionamento della
Federazione Italiana.
Nell'aprile
del 1921 la Confederazione Cooperativa Italiana, nata, come detto,
due anni prima in seguito alla scissione intervenuta tra cooperative
socialiste e cooperative cattoliche già unite nella Lega delle
Cooperative, tiene a Treviso il suo primo congresso nazionale.
Vi
prende parte attiva la Federazione Italiana delle Casse Rurali che,
nell'occasione, celebra il suo secondo congresso del dopoguerra.
I
due Congressi rivestono una importanza particolare. Quello della
Confederazione Cooperativa Italiana fa il punto sui risultati della
cooperazione cattolica dall'Opera dei Congressi, dagli sviluppi
significativi ottenuti dietro l'impulso dell'Enciclica «Rerum
Novarum» alla ripresa vigorosa nel dopoguerra e traccia,
soprattutto, un programma di azioni da intraprendere in futuro.
Quello della Federazione Italiana delle Casse Rurali indica le vie
per rafforzare i legami del movimento, coordinare le attività
delle varie componenti e mette in guardia le Casse Rurali da due
pericoli che già si delineano chiaramente; l'illusorietà
di poter efficacemente operare al di fuori di un solidaristico
rapporto con gli organismi di secondo e terzo livello, la estensione
del campo di attività al di fuori della gestione del risparmio
e del credito, coinvolgendosi in altre attività imprenditoriali.
Propositi
e programmi della Confederazione Cooperativa Italiana verranno
purtroppo frustrati dal regime politico che si installerà
successivamente nel Paese ed i pericoli contro i quali le Casse
Rurali vengono messe in guardia troveranno puntuale conferma negli
anni successivi.
L'anno
dopo, cioè nel 1922, le Casse Rurali raggiungono la maggiore
espansione. Sono ben 3.540, rappre sentano il 5 8 % delle aziende di
credito italiane e raccolgono il 4,20% del totale dei depositi
bancari. Ma già molte di esse contengono i germi del
disfacimento e tutte, comunque, subiranno, poi, le pesanti
conseguenze del la politica fascista.
L'arresto
improvviso dell'inflazione aveva portato alla restrizione della
domanda ed al crollo dei prezzi. Vi fu un esteso fallimento di
cooperative di consumo sorte numerose nel dopoguerra, che
trascinò con sé anche molte Casse Rurali che le avevano
costituite e finanziate. 1 nemici della cooperazione approfittarono,
naturalmente, di tali circostanze per discreditare in toto la
cooperazione di credito.
Il
movimento cattolico mentre aveva scelto come mezzo di diffusione e
di coordinamento delle Casse la «Federazione» per quanto
riguardava invece l'aspetto creditizio ne aveva affidato la tutela
alle banche Cattoliche che andavano allora sorgendo in attuazione dei
programmi dell'Opera dei Congressi, un organismo costituito per
stimolare l'impegno dei cattolici nei vari settori del sociale.
Per
la verità non erano mancate iniziative volte alla creazione
di Casse Centrali autonome. Nel mese di maggio del 1896 viene fondata
a Parma la «Cassa Centrale per le Casse Rurali Cattoliche
d'Italia» ma vi aderirono soltanto 100 tra le 500 casse
già allora esistenti. Non avendo potuto raggiungere i suoi
scopi data la scarsità di adesioni cercò di consolidare
la sua base come Istituto locale, trasformandosi nel 1912 in
società per azioni.
L'Opera
dei Congressi, riunitasi in quello stesso anno a Fiesole prendeva
atto della costituzione senza però mostrare particolare
interesse attorno alla iniziativa. Anzi l'anno dopo, 1897, le Banche
Cattoliche riunitesi e Banche Cattoliche riunitesi in convegno a
Bergamo presso la sede della seconda sezione dell'Opera dei
Congressi, dopo avere preso atto dell~ necessità di costituire
una Federazione permanente ai fini del coordinamento e programmazione
della loro attività economica approvano uno schema di
regolamento dei rapporti che dovevano intercorrere tra loro le Casse Rurali.
Nel
congresso di Ferrara del 1899 si constatava l'esistenza di 33 Banche
Cattoliche sorte si diceva «... con lo scopo iniziale di fornire
ad un mite saggio di interesse i capitali alle Casse Rurali
riscontadone il portafoglio ... » fungendo anche da centri di
raccolta delle liquidità eccedenti e di compensazione.
Si
era già quindi costituito, però, all'esterno del
movimento quello che doveva diventare il secondo livello creditizio
finanziario del sistema, con la conseguenza di rafforzare la
dipendenza delle Casse dalle Banche locali, che provvedevano per
altro a dare un sostegno finanziario, e spesso anche in uomini e
sedi, alle Federazioni locali.
Qualche
anno più tardi di fronte alle prime difficoltà dei
rapporti tra Casse e Banche, le Federazioni locali, a miglior tutela
delle Casse associate, cominciarono a considerare l'opportunità
di trasformarsi anche in «centri finanziari» allo scopo di
svolgere una diversa e più incisiva azione di mediazione tra
le Banche e le Casse.
A
titolo di memoria ricordo però anche altri tentativi di
rendere autonomo il sistema anche sotto l'aspetto ereditizio finanziario:
-
il Credito Centrale del Lazio (mancavano nella regione le Banche
Cattoliche) che nasceva nel 1910 con lo scopo di coordinare e
unificare le Casse dell'Italia Centrale e Meridionale e con la
funzione di segreteria permanente per il mezzogiorno;
-
la Cassa Centrale Federativa di Reggio Calabria;
-
la Banca Nazionale delle Casse Rurali Italiane costituitasi per
opera di Leone Wollemborg in Roma nel 1914. Si tratta di esperienze
che comunque hanno scarsa presa, anche se evidenziano un problema che
le Casse avvertivano: Ne è una conferma la stessa proposta che
è emersa dal Convegno Provinciale Milanese della Cooperazione
e Mutualità relativa al problema del rapporto tra Casse e
Cooperative nella quale si faceva cenno alla «...
necessità che le Casse avviassero le loro disponibilità
attraverso organismi intermedi (Casse Regionali) ad un istituto
bancario appositamente creato che doveva funzionare come organo della
Federazione ... ».
Alle
intenzioni, però, non seguirono i fatti anche perché
le Banche Cattoliche a carattere provinciale o regionale, costrette a
sostenere la concorrenza di Istituti maggiori, furono spesso indotte
ad allargarsi a spese delle Casse Rurali mediante una costante azione
di assorbimento.
Nel
periodo che va dal 1923 al 1925 fallirono inoltre molte banche
cattoliche con le quali le Casse Rurali avevano stretti rapporti.
Citiamo ad esempio la Banca del Trentino e dell'Alto Adige, la Banca
di Credito e Risparmio di Pistoia, il Credito Toscano ed il Credito
Meridionale, al quale erano collegate in particolare le Casse Rurali
dei Sud.
Il
numero delle Casse comincia, pertanto, a ridursi notevolmente, non
solo per i fallimenti ma per le incorporazioni da parte di banche
maggiori, anche cattoliche, che si erano allontanate dalle iniziali
finalità «solidaristiche».
Alle
motivazioni economiche e finanziarie della perdita di vigore della
cooperazione di credito va poi sovrapponendosi sempre più, ed
a volte determinando le prime, l'azione diretta ed indiretta del
regime che accentua il suo carattere totalitario. Già nel 1921
si era costituito a Milano il Sindacato Italiano delle Cooperative,
di orientamento fascista, con l'intento di dare una nuova struttura
alla cooperazione, in contrapposizione alla Lega delle Cooperative ed
alla Confederazione Cooperativa Italiana. Tale organismo, nel 1926,
prenderà il nome di Ente Nazionale Fascista della Cooperazione.
Non
mancheranno anche le azioni squadriste, come l'occupazione e la
distruzione di sedi e le pesanti intimidazioni. La conseguente paura
dei depositari indurrà molti a ritirare i depositi dalle Casse
Rurali. In proposito, analoga ed ancor più dannosa conseguenza
avrà il R. D.L. n' 64 del 24 gennaio 1924 con il quale si dava
al Prefetto il potere di intervento e controllo sulle società
cooperative e la facoltà di nominare commissari al posto dei
Consigli di Amministrazione eletti democraticamente.
Nonostante
le difficoltà d'ordine economico e politico, anzi, proprio
nel tentativo di superarle, la Federazione Italiana e quelle locali
intensificano tra il 1922 ed il 1926 la loro azione di coordinamento
e di sostegno alle Casse.
A
tal fine, nel 1926 la Federazione Italiana promuove la costituzione
del Credito Federale Agricolo con la funzione di raccogliere e
ridistribuire i depositi esuberanti delle Casse aderenti.
Inizierà la propria attività l'anno successivo, ma
incontrerà forte ostilità esterna e relativa adesione
interna. Il capitale sociale di L. 1.000.000 viene sottoscritto a
fatica da sole 300 Casse. L'Istituto Federale cessava nel 1928 dopo
solo due anni di vita.
La
scarsa rilevanza finanziaria avuta dal fondo non ne inficia la
portata federativa. Ed a proposito dell'attività della
Federazione in quel periodo è significativo quanto scrive il
Tamagnini nel suo volume sulle Casse Rurali «Non ci vuol molto,
invero, a rendersi conto che qualora la Federazione italiana non
fosse esistita, oppure fosse rimasta inattiva, le Federazioni
provinciali e le singole Casse Rurali sarebbero andate travolte,
assorbite e disperse ... ».
Comunque,
in seguito a liquidazioni, incorporazioni e fusioni alla fine del
1926 il totale delle Casse è sceso a 2.545.
Nel
frattempo il regime fascista si è consolidato e sta
acquisendo sempre più potere nell'ambito statale. La sua
politica porta al crollo della Lega Nazionale delle Cooperative e
della Confederazione Cooperativa Italiana.
E'
in tale clima che viene emanata la Legge 3 aprile 1926, n' 563,
sulla disciplina giuridica del rapporto di lavoro. Le norme di
attuazione di detta legge, emanate nel luglio successivo, prescrivono
che le imprese di ogni genere esercitate in forma cooperativa
debbano, ai fini carattere sporadícsindacali, costituirsi in
speciali associazioni.
La
Federazione italiana delle Casse Rurali si trova ad operare una
scelta: o trasformarsi essa stessa in associazione sindacale
legalmente riconosciuta, perdendo libertà ed autonomia, o dar
vita ad una apposita associazione di natura sindacale. Scelse, non
senza contrasti, la seconda via e diede vita alla Associazione
Nazionale tra le Casse Rurali, Agrarie ed Enti Assimilati, il cui
presidente, per legge, era di nomina governativa, mentre i membri del
Consiglio venivano eletti liberamente.
L'Associazione
di categoria delle Casse dovette poi aderire ad una associazione
sindacale di grado superiore e fu gioco forza aderire alla
Confederazione Generale Bancaria.
La
vita dell'Associazione non fu facile. Enti vari e gruppi bancari ne
resero irta di ostacoli l'operatività a tutela delle Casse
Rurali che intanto continuavano a diminuire di numero. L'intervento
dello Stato nell'ambito economico ed in quello creditizio diviene
sempre più pressante. Nel marzo del 1929 il Consiglio
dell'Associazione viene sciolto d'autorità e si procede alla
nomina di un Commissario governativo.
Scrive
in proposito il Tamagnini: «Si trattò di un atto
arbitrario, che rientrava nello stile dell'epoca, rivolto ad impedire
che le ragioni delle modeste e benemerite Casse Rurali potessero
essere fatte valere nei confronti di gruppi bancari, che facevano
assegnamento sull'afflusso delle loro eccedenze di
disponibilità oppure che si prefiggevano valersi della loro
attrezzatura e dei loro servizi».
Nel
1929 ai guai «politici» si aggiunsero anche quelli ancor
più pesanti di natura economica: la grave crisi mondiale che
investì anche il nostro Paese falcidiò ulteriormente il
numero delle Casse Rurali. La crisi economica agirà anche da
moltiplicatore nell'accelerare l'intervento ed il controllo statale
sul sistema economico.
Pertanto,
per quanto concerne il settore del credito, se le misure governative
degli anni '26 '28 avevano avuto carattere sporadico, miranti
soprattutto a tutelare il risparmio, dal '29 in poi assumeranno
maggiore organicità nell'intento di stabilire precise
direttive ed uno stretto controllo nella gestione del credito.
Il
fine, come afferma il Tamagnini, sarà quello di «poter
far affidamento su pochi e potenti istituti di credito, i quali
avrebbero reso più agevole l'impiego del risparmio secondo i
fini della politica autarchica; potenti istituti di credito che
comunque sarebbero divenuti validi e dominabili strumenti di una
economia controllata e programmatica».
In
particolare, per quanto concerne le Casse Rurali, il ministro
dell'Agricoltura, Giacomo Acerbo, presenta nel '31 alla Camera una
proposta di «Ordinamento delle Casse Rurali ed Agrarie, proposta
che diviene legge il 6 giugno 1932, costituente la prima organica
legislazione della categoria. La legge pone condizioni restrittive
alla costituzione ed al funzionamento delle Casse. Demanda, inoltre,
al ministro dell'Agricoltura la facoltà di apportare modifiche
ai loro statuti, di subordinarle ad ispezioni e di procedere
all'eventuale scioglimento.
Nel
frattempo l'attività dell'Associazione Nazionale delle Casse
Rurali è divenuta sempre più difficile, condizionata
com'è dalle varie organizzazioni di carattere bancario e
corporativo che il regime va creando. Infatti, anche nel settore
della produzione e del lavoro va crescendo l'intervento statale,
tendente a guidare ed a tenere sotto controllo il tutto, attraverso
la politica delle corporazioni.
Nel
1934 in seguito ad un decreto legge che riordina i nuovi statuti
della Confederazione delle Aziende di credito e delle Associazioni ad
essa aderenti, l'Associazione delle Casse Rurali si trasforma in
Federazione Nazionale delle Casse Rurali Agrarie ed Enti Ausiliari e
viene posta sotto la rigorosa sorveglianza della Confederazione delle
Aziende di credito, sorveglianza prima esercitata dal ministro delle Corporazioni.
Dal
primo numero della rivista «Cooperazione di Credito» edito
nel febbraio del '35, e dalla sua intonazione risulta senza ombra di
dubbio che ormai le Casse Rurali e le loro organizzazioni siano
completamente inglobate nello Stato Corporativo Fascista. Del resto,
l'anno successivo, con la riforma bancaria tutto il sistema
creditizio e la disciplina di quello finanziario passano sotto il
diretto controllo dello Stato che ne disciplina organizzazione ed
operatività. La politica di concentrazione bancaria e le
difficoltà economico finanziarie hanno intanto determinato
ulteriori riduzioni del numero delle Casse Rurali ed Agrarie, come
venivano chiamate allora. Il loro numero è calato a 1.748 unità.
Per
fornire in tale difficile situazione un apporto tecnico alle Casse
viene costituito, nel 1936, l'Ente Nazionale delle Casse Rurali
Agrarie ed Enti Ausiliari, già previsto dalla legge 3 aprile
1926 n' 563. L'Ente avrà diramazioni locali, chiamate Enti di Zona.
Nonostante
la diminuzione numerica, la consistenza delle Casse resta abbastanza
rilevante e forse per tale ragione, non disgiunta dai nuovi
orientamenti della legge bancaria, nel 1937 il ministro
dell'Agricoltura dell'epoca, Acerbo, promuove ed ottiene
l'approvazione di una specifica normativa per le Casse Rurali;
cioè il Testo Unico delle Leggi delle Casse Rurali ed
Artigiane (R.D.L. 26 agosto 1937 n' 1.706).
Si
tratta di una normativa che disciplina la vita delle Casse con
notevole rigidità, dalla loro costituzione, agli aspetti
operativi, a quelli della eventuale liquidazione.
L'operatività
viene sottoposta a notevoli limitazioni di natura qualitativa,
quantitativa e territoriale e la composizione sociale costretta per
quattro quinti ad essere formata solo da agricoltori ed artigiani.
Tale Testo Unico, salvo qualche modifica apportata nel 1955 è
tuttora in vigore, pur essendo notevolmente mutate le condizioni
economiche e sociali del Paese. Ragion per cui il movimento delle
Casse Rurali ne richiede i necessari aggiornamenti.
All'epoca,
il Testo Unico venne accolto con pareri contrastanti. Indubbiamente
costrinse le Casse Rurali in un ambito ristretto e ne
condizionò largamente l'attività. Ma c'è da
chiedersi cosa ne sarebbe stato delle Casse se fossero rimaste in
balia della forte spinta alle concentrazioni e degli appetiti dei
maggiori istituti bancari. E' certo, comunque, che non favorì
l'espansione delle Casse che, dopo la caduta del regime fascista ed a
guerra finita erano ulteriormente diminuite di numero. Nel 1947 le
Casse saranno, in totale, 804.
L'ordinamento
corporativo cominciò ad essere smantellato subito dopo la
caduta dei fascismo, con il RDL 9 agosto 1943 n' 721 che aboliva il
Consiglio nazionale delle Corporazioni. Ma la completa soppressione
delle istituzioni corporative avverrà solo nel giugno del
1944, in seguito all'ordinanza del generale Hume, capo degli Affari
civili della Va Armata Alleata.
In
seguito a tale ordinanza cessa di esistere anche la Federazione
Nazionale tra Casse Rurali ed Enti Ausiliari, mentre continuerà
ad operare, con funzioni di assistenza tecnica, l'Ente Nazionale
delle Casse Rurali.
A
guerra finita e ad avvenuta liberazione di tutto il territorio
nazionale i cooperatori superstiti e non compromessi con il regime e
nuove leve di cooperatori si misero all'opera per riallacciare le
fila delle organizzazioni cooperative ancora esistenti. Per quanto
concerne le Casse Rurali ciò avvenne, in particolare, per
iniziativa dell'Ente Nazionale delle Casse Rurali.
Sul
piano generale delle organizzazioni cooperative i cattolici
ricostituiscono la Confederazione Cooperativa Italiana ed i
cooperatori di altra ispirazione, la Lega Nazionale delle Cooperative
e Mutue. La rinata Confederazione differisce dalla precedente
poiché, a differenza di quest'ultima, non è la
«risultante di una associazione di federazioni cooperative, ma
è una associazione di cooperative e mutue e dei loro consorzi,
sia pure riuniti in Unioni Provinciali ed in Federazioni nazionali di categoria».
«Su
quanto concerne gli scopi delle due Confederazioni si può
affermare che essi coincidono completamente, sebbene la loro
rispettiva enunciazione risenta delle diversità di indirizzo
organizzativo sopra accennato». (Tamagnini, pag. 273 de «Le
Casse Rurali»).
La
ricostituita Confederazione Cooperativa Italiana, nell'ottobre dei
1947, tiene il suo primo Congresso e dedica una seduta ai problemi
delle Casse Rurali. Relatore è il Presidente dell'Ente
Nazionale. La seduta si conclude con l'approvazione di un ordine del
giorno in cui si auspica la rapida ricostituzione della Federazione
Italiana delle Casse Rurali, la necessità di mettere allo
studio un progetto di riforma del Testo Unico del '37 e quella di
costituire un istituto centrale di credito che fungesse da
coordinatore finanziario delle Casse Rurali.
In
ottemperanza a tale ordine del giorno i delegati delle Casse
presenti al congresso procedettero immediatamente alla nomina di una
Commissione incaricata di preparare la bozza di statuto della
ricostituenda Federazione.
La
bozza di statuto, nel settembre del 1949, venne portata a conoscenza
delle Casse Rurali e delle loro organizzazioni affinché
l'esaminassero e fornissero il loro pa.rere. Esperite tali procedure,
il 27 aprile del 1950, venne ufficialmente ricostituita la
Federazione Italiana delle C. R. A.
Il
suo statuto prevedeva che la Federazione, riprendendo la
continuità ideale e pratica dell'antica Federazione e
richiamandosi agli insegnamenti della scuola sociale cristiana,
doveva esser elemento di tutela e propulsione della cooperazione di
credito, ed essere espressione delle Federazioni locali che
rappresentavano l'anello di collegamento diretto con le Casse.
La
ricostituzione della Federazione non comportò la soppressione
dell'Ente nazionale, che nel '49 riceve riconoscimento ufficiale in
virtù dei D.P.R. 18 luglio 1949 n' 492 e modifica il proprio
statuto per rendere più efficace l'assistenza alle Casse. Al
contrario, gli Enti di zona esistenti avrebbero dovuto, nel tempo,
trasformarsi essi stessi in Federazioni locali.
La
Federazione entrava a far parte della Confederazione Cooperativa
Italiana, mentre le singole Casse Rurali, con proprio settore,
aderivano alle Unioni provinciali della Confederazione.
Negli
anni successivi, soprattutto per iniziativa dell'Ente Nazionale e
degli Enti di zona, si svolgono convegni nazionali e locali
finalizzati a riorganizzare il movimento ed a dibatterne i principali
problemi. Tra questi, assumono particolare rilievo l'impegno delle
Casse nella conduzione del credito agrario ed artigiano, in relazione
all'evolversi della legislazione.
Tra
i problemi d'ordine generale fanno spicco la necessità di
istituire un Istituto centrale della categoria e le modifiche al
Testo Unico del '37. In proposito dopo una serie di convegni, di
studi e di rapporti con esponenti parlamentari e di governo, si
giunge nel 1955 ad ottenere la promulgazione della legge 4 agosto
1955, n' 707 che apporta alcune modifiche al citato Testo Unico.
Dal
punto di vista della democrazia interna appare importante la
facoltà concessa alle Casse dal modificato T.U. di eleggere
direttamente anche il presidente del Collegio sindacale, che
precedentemente era di nomina governativa. Tra le altre modifiche si
ricorda la possibilità di annettere nella compagine sociale le
cooperative agricole di trasformazione dei prodotti e le cooperative
artigiane, la facoltà di acquistare immobili ad uso della
Cassa, dietro autorizzazione dell'Organo di vigilanza, l'ampliamento
della possibilità di assunzione di servizi di cassa e
tesoreria da enti pubblici e privati e di quello di esercitare il
credito agrario d'esercizio e di miglioramento fondiario. Resteranno
però invariate le norme relative all'obbligatorietà di
avere una compagine sociale costituita per quattro quinti da
agricoltori ed artigiani e tutte le altre limitazioni quantitative e
territoriali all'operatività delle Casse.
Nel
1956, in seguito alle modifiche apportate al Testo Unico, l'Ente
Nazionale propone alle singole Casse l'adozione di uno Statuto tipo
che tiene conto delle medesime.
Continua,
intanto, l'azione tendente alla costituzione dell'Istituto centrale.
Nell'aprile
del '58 si dà ormai per certa la sua nascita, ma dovrà
passare ancora del tempo prima della realizzazione. Tra crisi di
governo e mutamenti nella responsabilità del Ministero del
Tesoro la costituzione subisce continui rinvii, anche se nell'ottobre
del '59 il Comitato Interministeriale del Credito e del Risparmio
esprimerà parere favorevole alla sua istituzione come ente pubblico.
La
Federazione Italiana delle C.R.A., costituita nel '50, ma in pratica
operativa dal '55, nel gennaio del '59 convoca l'Assemblea generale e
apporta alcune modifiche ed aggiornamenti al proprio Statuto.
L'entrata
in vigore del trattato del 25 marzo 1957, istitutivo della
Comunità Economica Europea, stimola l'Ente Nazionale e la
Federazione Italiana ad allargare la propria attenzìone
all'orizzonte europeo.
I
due Enti tengono sistematicamente informate le Casse sugli sviluppi
del mercato comune ed il movimento allaccia contatti più
stretti con i movimenti della cooperazione di credito degli altri
stati membri della Comunità. Aderiscono altresì alle
orgaffizzazioni internazionali, come il Credito Cooperativo Agricolo
Europeo facente parte della C.E.A. (Confederazione Europea
Agricoltura) e la C.I.C.A. (Confederazione Internazionale del Credito Agrario).
Nell'aprile
del '61 i rappresentanti di tali organizzazioni terranno, per la
prima volta, una loro riunione proprio in Italia, su invito ed
organizzazione dell'Ente Nazionale e della Federazione Italiana delle C.R.A.
Il
1961 è destinato a divenire un anno importante per le Casse
Rurali. Rappresenta infatti l'anno di partenza di una vigorosa
riorganizzazione del movimento nel suo complesso e di rilancio della
operatività delle Casse.
Ente
Nazionale e Federazione avviano una intensa serìe di contatti
e riunioni a livello centrale e locale. L'iniziativa mira anzitutto a
ricreare in ciascuno la consapevolezza che occorre rinverdire la
coscienza di «movimento» rinsaldando vincoli di
solidarietà interna. Solo in tal modo le sìngole Casse,
necessariamente limitate nel territorio e nelle dimensioni proprio
per salvaguardare la loro natura «cooperativa», potranno
progredire in una macro economia in cui la libera concorrenza
privilegia spesso la legge del più forte.
Una
occasione per una più dinamica presenza delle Casse nella
politica agricola e nell'economia del Paese è rappresentata
dal « 1 ` Piano Verde», un piano quinquennale di sviluppo
dell'econornia agricola. Ente Nazionale e Federazione non si
lasceranno sfuggire l'occasione, stimolando ed orientando in
proposito l'attività creditizia delle Casse.
Sul
piano organizzativo si vanno gradualmente rico~ stituendo le
Federazioni locali e ristrutturando quelle esistenti, conferendo loro
funzioni di rappresentanza tutela ed assistenza tecnica a livello
regionale ed interregionale delle Casse associate.
Gli
anni '61 e '62 segnano anche la ripresa di una più incisiva
azione mirante a costituire l'Istituto centrale. L'iniziativa si
svolge su due piani: uno interno, con riunioni finalizzate a
garantire la partecipazione delle Casse alla costituzione del
capitale necessario; l'altro, esterno, di sensibilizzazione e di
convincimento delle autorità preposte alla concessione delle
relative autorizzazioni. Un contributo giunge anche dalla Commissione
Nazionale Tecnica, costituita nel 1962 per affiancare l'Ente
Nazionale nello studio e nella soluzione dei problemi di carattere
tecnico ed operativo del Movimento.
Nel
1963 si perviene finalmente alla costituzione dell'Istituto di
Credito delle Casse Rurali ed Artigiane (ICCREA) che ha come
obiettivo primario «rendere più intensa ed efficace
l'attività delle C.R.A., agevolandone, coordinandone ed
incrementandone l'azione, mediante lo svolgimento di funzioni
creditizie, di intermediazione tecnica ed assistenza finanziaria»
(art. 2 dello Statuto Iccrea).
Nell'ambito
del sistema bancario, l'Iccrea si colloca nel novero degli Istituti
centrali di categoria, accanto all'Istituto di Credito delle Casse di
Risparmio, all'Istituto Centrale delle Banche Popolari ed
all'Istituto Centrale Banche e Banchieri.
La
sua funzione ed il suo ruolo sono destinati a crescere nel tempo,
parallelamente alla crescita operativa ed all'ammodernamento costante
dell'attività delle Casse. Ma l'Istituto assume anche un'altra
rilevanza. Rappresenta, nelle intenzioni dei fondatori, uno dei
principali pilastri del costituendo «gruppo» integrato
delle CRA.
Nel
1964 le Casse, proseguendo nella loro riorganizzazione, tengono a
Roma il primo Congresso nazionale del dopoguerra, anche per
rilanciare nel Paese la loro esatta immagine di aziende creditizie
cooperative, basate sulla mutualità tra i soci. L'anno
successivo segna l'inizio dei periodici convegni nazionali di studio
nel corso dei quali vengono, di volta in volta, approfonditi i vari
aspetti e problemi dell'attività e della presenza delle Casse
nel Paese, con particolare riferimento al loro ruolo di cooperative
al servizio dei soci e delle comunità locali.
I
convegni si svolgono con l'apporto di esponenti della cooperazione
di credito di altri paesi europei, che portano l'esperienza dei
rispettivi movimenti. In tal modo, si intensifica anche la
collaborazione a livello internazionale destinata, nel tempo, a
proseguire e ad intensificarsi.
Nel
1966 prende il via il «2' Piano Verde 1966 1970» che tiene
particolarmente conto della progressiva instaurazione del mercato
comune agricolo e della politica agraria europea. Il «Piano»
rappresenta per le Casse Rurali un ulteriore impegno nell'assistere
soci e popolazioni delle zone agricole nell'intento di conseguire
miglioramenti colturali e strutturali.
Non
a caso, il secondo convegno nazionale di studio delle C. R.A.,
organizzato dall'Ente Nazionale e dall'Università Cattolica
del Sacro Cuore nel luglio dello stesso anno, ha per tema «la
cooperazione di credito per le comunità rurali».
Sul
piano organizzativo si va accentuando il processo di
«democratizzazione» delle strutture di secondo livello. Nel
primo numero di «Cooperazione di credito» del 1967 vengono
così indicate le linee direttrici: «I primi nuclei di
questo processo di rigenerazione del sistema sono rappresentati dalle
Federazioni regionali che costituiscono i canali intermedi attraverso
cui si esplica la partecipazione delle singole istituzioni alla
federazione o associazione nazionale. Le federazioni regionali
dovranno sostituire integralmente gli «enti di zona»
attualmente esistenti, i quali, senza personalità giuridica e
privi di sostanziale democraticità, verranno soppressi».
L'iniziativa
non è fine a se stessa, ma rientra in un disegno più
vasto: quello della gestione di gruppo, cioè «una forma
moderna di collegamento, tale da accomunare le singole unità
operative in un vincolo funzionale con gli organi centrali per
realizzare una vera e propria integrazione di esigenze e di
energie... In tal senso pensiamo soprattutto alla funzione di
coordinamento e di attivazione che potranno svolgere le federazioni regionali».
E'
nel 4' Congresso nazionale delle C.R.A., svoltosi a Rorna nel
settembre dei 1970, che viene lanciata in mo do organico la strategia
di sviluppo della categoria, basata sulla «gestione di
gruppo» che ha nella Federazione italiana e nell'Istituto
centrale i suoi assi portanti.
Poggiando
sui medesimi dovranno essere costituite le strutture di integrazione
tecnica che dovranno contribuire alla soluzione dei problemi di
efficienza operativa delle Casse.
L'anno
precedente era già stata costituita l'Editrice delle C.R.A.
(E.C.R.A.) per diffondere all'interno ed all'esterno del movimento il
messaggio cooperativo ed in particolare della cooperazione di
credito. Negli anni futuri verranno poi costituite le società
dí servizio che nel quadro della «gestione di gruppo»
dovranno assecondare ed accompagnare l'attività delle Casse
nei settori bancario e parabancario, nonché in quello
formativo e di studio.
La
Federazione italiana è tra i membri fondatori
dell'Associazione delle Banche Cooperative della CEE (Groupement des
Cooperatives d'Epargne et de Crédit de la Cee), che ha lo
scopo di promuovere e di tutelare gli interessi della categoria in
sede comunitaria.
Federazione
ed Iccrea aderiscono, altresì, all'Unione Internazionale
Raifeisen. (v. pag. 103).
Nel
'72, per essere al passo con il progresso dell'informatica, viene
costituita la «Coopeld», cooperativa per la elaborazione
dei dati. Non avrà, però, vita facile e finirà
per essere sciolta nel 1990 e sostituita da altre strutture.
Sempre
nel '72, per dotare il gruppo di un centro di Il M.O.C.R.A.
assistenza nel settore assicurativo viene costituita la società
M.O.C.R.A., destinata poi ad assumere, successivamente, mandato di
agenzia dall'Assimoco, la compagnia di assicurazione e
riassicurazione del movimento cooperativo che verrà costituita
nel '78. Data la particolare situazione della cooperazione di credito
in Trentino Alto Adige, caratterizzata da una notevole
capillarità delle Casse Rurali, nel 1973 e nel 1974 vengono
rispettivamente aperte le Casse centrali provinciali di Bolzano e di
Trento con funzioni finanziarie e tecniche.
Prosegue
anche la costituzione di società al servizio delle Casse. Nel
'78 è la volta del Ciscra e della Transcoop: il primo è
un centro di servizi con funzioni di provveditorato e di stampa di
carte e valori per le Casse e per il movimento nel suo complesso, la
seconda, è una società di trasporti e di corrieri per
collegamenti rapidi tra tutte le varie unità e strutture del
gruppo. Ma il 1978 vede la costituzione di una istituzione di
Garanzia fondamentale importanza per il movimento, quella del Fondo
centrale di garanzia. Prime in Italia, le Casse Rurali si dotano di
uno strumento finanziario finalizzato ad intervenire, a garanzia di
soci e depositanti, in favore delle Casse in momentanea
difficoltà ed anche in appoggio delle Casse di nuova costituzione.
Alimentato
da contributo delle Casse aderenti, pilotato dalla Federazione
è gestito dall'Iccrea.
Nello
stesso anno, in comune con la Confcooperative, il movimento delle
C.R.A. costituisce il Centro studi cooperativi (Censcoop) per
l'approfondimento e lo studio dei problemi della categoria e della cooperazione.
Sempre
in collaborazione con la Confcooperative viene inoltre costituita la
società Assimoco, compagnia di assicurazione e riassicurazione
del movimento cooperativo. In futuro, il pacchetto di controllo della
«Assimoco» verrà assunto dalla
«Finassimoco» società finanziaria di partecipazione
e consulenza assicurativa per la cooperazione, sempre partecipata
dall'Iccrea. La finanziaria controllerà poi anche la
società «Assimoco vita» che verrà costituta
nel 1988.
E'
proseguito, intanto, il processo di strutturazione federativo degli
organi di secondo e terzo grado dei movimento. Sono operanti 14
federazioni regionali od interregionali, società cooperative
costituite dalle Casse dei relativi comprensori, ed è
particolarmente attiva la Federazione italiana che associa le
suddette Federazioni locali.
A
questo punto, l'Ente nazionale, ente di emanazione governativa,
appare una struttura non più in linea con il processo di
democratizzazione. Il movimento, nel 1979, ne chiede ed ottiene lo
scioglimento. Le sue funzioni tecniche vengono totalmente assunte
dalla Federazione italiana delle C.R.A.
La
crescita quantitativa e qualitativa del movimento richiede operatori
sempre più qualificati e preparati. Per corrispondere in modo
organico e continuativo alle esigenze formative e di aggiornamento
della categoria, nel 1980 viene istituita la «Scuola centrale
del credito cooperativo» che opererà attraverso corsi
centrali e corsi regionali, organizzati in collaborazione con le
Federazioni locali.
Il
movimento si attrezza anche nel settore del parabancario che va
assumendo rilevanza crescente. Il 1977 vede la nascita
dell'Agrileasing, società che pone le Casse in grado di
effettuare operazioni di leasing mobiliare ed immobiliare.
Successivamente sarà affiancata dall'Autolease, specializzata
nel leasing automobilistico e del targato in genere.
L'Iccrea,
nell'8 1, dà vita, in collaborazione con L'Icim Factoring
l'I.M.I., all'ICIM FACTORING: ma, in seguito, la scarsa propensione
delle Casse ad utilizzare tale strumento, farà sì che
la partecipazione Iccrea venga dismessa. Cresce, invece, la
propensione dei risparmiatori a diversificare gli investimenti e le
Casse debbono naturalmente adeguarsi.
In
partecipazione con altri, l'Iccrea costituisce nel 1985 La
società Coogestioni ed i una società per la gestione
dei fondi comuni di investi suoi Fondi d'investimento mento
mobiliare: la «Coogestioni».
Detta
società esordisce lanciando sul mercato il fondo
«Aureo», a cui faranno seguito i fondi «Aureo
previdenza» ed «Aureo rendita».
Sul
piano dei rapporti esterni, il 1981 vede l'adesione della
Federazione Italiana e di buona parte delle Casse Rurali
all'Associazione Bancaria Italiana (A.B.I.), adesione resa possibile
dalle modifiche introdotte al proprìo statuto da detta
Associazione. Il fatto è rilevante poiché consente di
avviare collegamenti più organici tra il sistema della
cooperazione di credito e quello bancario in generale.
Nell'anno
1983 il movimento celebra solennemente il centenario di costituzione
della prima Cassa Rurale italiana (Loreggia Padova 20 giugno 1883).
Lieta
circostanza dell'anno è rappresentata dall'inizio di
operatività della filiale di Milano dell'Iccrea. Negli anni
successivi sarà la volta della filiale di Palermo e quindi di
Bologna e Firenze.
Dal
1985 in poi divengono cogenti le direttive della Comunità
europea in materia di armonizzazione bancaria e conseguentemente
anche le Casse Rurali si organizzano per corrispondere alle medesime
ed agli adeguamenti introdotti dalla normativa nazionale. Con il
graduale instaurarsi di una situazione di «deregulation»
cresce la concorrenzialità nel settore del credito. Si
intensifica, inoltre, l'attacco portato alle Casse Rurali da
determinati ambienti bancari che contestano alle medesime il diritto
di giovarsi di alcune agevolazioni fiscali e soprattutto di alcuni
meccanismi (utilizzo di titoli) relativi alla riserva obbligatoria.
Un gruppo di aziende di credito piccole e medie, specie popolari e
circa 20 Casse di Risparmio hanno infatti costituito fin dal 1983 un
gruppo di studio, l'Abanco per l'ABolizione di ANomalie e distorsioni
COncorrenziali delle Casse Rurali.
L'attacco
non si limita ad articoli di stampa ed a convegni di studio, ma si
materializza anche in disegni di legge. Il movimento conduce pertanto
una intensa azione di informazione e di relazioni esterne verso
associazioni bancarie, autorità governative e parlamentari per
respingere i pretestuosi attacchi e per chiarire che a fronte di
alcuni vantaggi che le cooperative hanno anche in virtù
dell'art. 45 della Costituzione, quelle di credito, in particolare,
sono soggette, rispetto alle altre aziende bancarie, a notevoli
vincoli e limitazioni.
In
proposito, il riferimento al vecchio Testo unico del 1937 che
delimita la composizione sociale e l'operatività delle Casse
è di rigore.
Vengono
quindi tenuti ripetuti incontri di studio e convegni in cui si
prende in esame la complessità dei problemi costituiti dalla
necessità delle Casse di essere competitive sul mercato, nel
clima sempre più concorrenziale conseguente alla normativa
comunitaria ed alle liberalizzazioni operate dalla Banca d'Italia,
pur mantenendo intatte le originali caratteristiche mutualistiche e
cooperative e, purtroppo, in presenza del vecchio Testo Unico.
A
tal fine, un esame approfondito viene espressamente svolto al
Convegno di Cefalù (1987) avente per tema «La
legislazione delle C.R.A. Cinquant'anni di Testo unico: il presente
ed il futuro». Vi partecipano, con i dirigenti ed i quadri del
movimento, studiosi, esperti e dirigenti della Banca d'Italia.
Il
problema è tuttora aperto, e la categoria ne tiene viva
l'attenzione nell'intento di pervenire a soluzione,
sensíbilizzando in proposito autorità di governo e legislative.
Al
suo interno, intanto, il movimento realizza un'al Il Fondo
integrativo di tra istituzione importante per la categoria. Nel 1987
viene costituito dalla Federcasse il «Fondo integrativo di
previdenza per il personale delle C.R.A.».
L'anno
successivo sorge per le Casse un serio problema tributario. Diviene
controverso il principio della agevolazione fiscale nel caso in cui
lo Statuto della Cassa preveda la destinazione del residuo utile a
fine di mutualità e beneficenza.
Il
movimento si impegna in una intensa azione mirante ad ottenere una
positiva definizione del problema che, finalmente, giunge con
l'emanazione del decreto legge 2 marzo 1989, 69, convertito in legge
nell'aprile successivo.
Nel
novembre dello stesso anno, al Palazzo dello Sport 75 della
Federcasse e di Roma, alla presenza di autorità di governo,
politiche 700 della Conficooperative
1987:
il Convegno di Cefalù sulle modffiche al T. U. C. R. A. e di
categoria e con la partecipazione di diecimila cooperatori, la
Federcasse e la Confcooperative celebrano rispettivamente il 75' ed
il 70<' anno di fondazione.
La
concorrenzialità a livello nazionale e, gradualmente, a
livello internazionale investe in modo sempre più accentuato
il mondo bancario. La risposta delle aziende di credito non può
che basarsi sul miglioramento della qualità e dell'efficenza
dei servizi. In proposito, acquista crescente importanza l'economia
di scala. Molte aziende la cercano nelle concentrazioni e nelle
fusioni. Le Casse Rurali, per salvaguardare la loro natura
cooperativa hanno giustamente scelto da tempo la via della
solidarietà di gruppo, un «gruppo integrato e polifunzionale».
Ora
è divenuto vitale realizzarlo compiutamente e renderlo
funzionale per consentire alle Casse, necessariamente di dimensioni
limitate per ragioni di democrazia societaria e di aderenza al
territorio, di essere al tempo stesso all'altezza delle grandi.
In
un convegno nazionale, che si tiene a Fiuggi nel giugno del 1990,
ìl movimento si interroga sulle ragioni del ritardo della
piena funzionalità dei «gruppo integrato
polifunzionale», sui modi per eliminare gli inconvenienti e
concorda sulla necessità di accelerare il processo di
integrazione nella chiarezza delle funzioni e dei ruoli dei vari
organismi e delle varie articolazio~ ni; in primis della Federazione
italiana delle C.R.A. e dell'Istituto di credito delle C.R.A.
Alla
Federcasse viene pertanto affidato il compito di guidare e portare
avanti con decisione il processo di adeguamento e di ristrutturazione
del «gruppo».
Il
6 giugno 1991 si svolge una assemblea straordinaria della Federcasse
nel corso della quale vengono apportate ulteriori parziali modifiche
al relativo Statuto, per consentire alle Casse Rurali una maggiore
partecipazione ai processi decisionali degli organismi.
Agli
inizi del 1992 le Casse Rurali sono in totale 716 con 1.860
sportelli e 360 mila soci. Sono diffuse in tutto il territorio
nazionale, anche se in modo difforme.
Il
50% è ubicato in Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria, Lombardia,
Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia; il 41% in
Toscana, Emilia Romagna, Marche, Lazio, Umbria, Abruzzo, Molise,
Campania, Basilicata, Puglia, Calabria; il 9% in Sicilia e Sardegna.
Tratto da "Appunti di storia della cooperazione di credito" edito da ECRA.